Sebbene non sia tra le opere più rappresentate, Zelmira occupa un posto privilegiato nella produzione napoletana di Rossini. Ultima delle sue collaborazioni con il Teatro di San Carlo, questa partitura compendia ed espande le conquiste musicali del suo autore: un’esplorazione armonica di audacia insolita per il suo tempo, una scrittura vocale diabolica e, soprattutto, un’apprezzabile e originalissima orchestrazione che eleva il cigno di Pesaro al di sopra dei suoi contemporanei. Ci troviamo di fronte a un’opera difficile e impegnativa, sia per l’interprete che per lo spettatore, ma che, ben interpretata, offre una ricompensa artistica fuori dal comune. Così, dopo le due produzioni storiche di Zelmira viste al ROF (la prima nel 1995, con Mariella Devia protagonista e diretta dal compianto Roger Norrington; la seconda nel 2009, con Juan Diego Flórez e nella versione di Parigi 1826, con finale alternativo per Giuditta Pasta), nell’edizione attuale si è optato per mettere in scena la versione viennese del 1822, che incorpora, all’inizio del secondo atto, una preziosa aria per Emma, “Ciel pietoso, ciel clemente”, scritta per Fanny Eckerlin.
Detto questo, quanto è stato visto all’Auditorium Scavolini è stata un’evanescenza musicalmente stimolante, ma scenicamente disorientante. Insieme al lavoro di Barbora Horáková, Calixto Bieito firma nel suo attesissimo debutto al ROF, paradossalmente, una delle sue messe in scena meno provocatorie – sarà che con l’età si modera… –, dove la sua visione del dramma appare distante, superficiale, quasi svogliata. Si ha l’impressione che non creda del tutto nell’opera, al punto da sfiorare la versione semiscenificata. Non disturba, ma nemmeno comunica. L’idea dello spazio scenico a 360º – una piattaforma rettangolare traslucida al centro della platea, con l’orchestra situata al suo interno, in una specie di parallelepipedo – può sembrare innovativa. Nella pratica, però, compromette in modo drammatico l’acustica: ogni volta che un cantante si gira di spalle, il suono praticamente scompare.
La sensazione di disconnessione tra scena e pubblico è amplificata dall’uso erratico dello spazio e dall’introduzione di elementi scenici tanto capricciosi quanto arbitrari: Leucippo che corre in cerchio attorno al fosso, schizzando acqua nella piscina con il rumore incluso; Antenore che gioca con la terra e saluta il pubblico con addosso un orpello da veglione di Capodanno; lo zombie di Azor che trascina un albero come se fosse una flebo ospedaliera; Emma in versione dominatrix che si avvolge in un nastro magnetico uscito da una vecchia cassetta, e tutti i personaggi morti sul palco mentre Zelmira canta la sua aria finale con le mani in tasca – e poi i cadaveri le rispondono. Il susseguirsi di trovate e idee incomprensibili non si arresta, ma non impedirà di vedere che il regista burgalese resta un uomo di teatro con intuizioni interessanti. Per esempio, trasformando Ilo in un veterano di guerra dimagrito, da soldato americano con flashback del Vietnam, contrappone efficacemente l’immagine tradizionale dell’eroe che “ritorna vincitor”. Altrettanto valida appare, secondo chi scrive, la relazione tra Antenore e Leucippo, che qui passa da legame politico a una tossica storia di dipendenza emotiva e carnale tra amanti. Ciò che inizia come riflessione suggestiva finisce, però, per diluirsi tra simbolismi vuoti e figuranti erranti che non sorprendono nessuno.
Il maestro Giacomo Sagripanti, sul podio, ha dovuto affrontare un autentico rompicapo logistico: mantenere l’equilibrio tra orchestra, coro e solisti, spesso disposti a decine di metri di distanza o persino alle sue spalle. In questo senso, la sua direzione è più che meritoria: millimetrica, guidando con grande cura i cantanti, chiara nell’articolazione, con tempi generalmente rallentati ma mai pesanti, e risultando in un apprezzabile lavoro nella differenziazione di piani e tessiture. L’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, successore della consueta Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI nelle precedenti edizioni del festival, ha risposto con entusiasmo, emanando dal foso/buca dell’orchestra un suono limpido e raffinato. Menzione speciale per i soli di arpa e corno inglese nel bellissimo duetto tra Zelmira ed Emma del primo atto, e per la sezione d’archi nel preludio originale alla scena della prigione “Oh padre! il duol, l’affanno”. Il Coro del Teatro Ventidio Basso, preparato da Pasquale Veleno, ha mostrato impegno, sebbene le circostanze sceniche non siano state favorevoli: spostato ai margini del teatro e spesso obbligato a cantare statico e fuori fuoco, la sua presenza scenica è stata tanto marginale quanto sonora.
Anastasia Bartoli, subentrata al soprano Pretty Yende inizialmente previsto, si è trovata di fronte a una sfida considerevole, non solo per le esigenti richieste vocali del ruolo protagonista, ma anche per l’inevitabile raffronto con la sua brillante Ermione dell’anno precedente. Qui, pur senza raggiungere quel grado di ipnosi scenica, conferma la sua autorità vocale: uno strumento di grande volume, carnoso, incisivo, con acuti e bassi d’impatto, e una tecnica che le permette di affrontare con immaginazione le variazioni dei da capo, specialmente nel grande finale “Riedi al soglio – Deh, circondatemi”. Che il suo timbro non sia il più naturalmente rossiniano importa poco di fronte a una performance così solida. Bravissima. Dal momento che compiva gli anni lo stesso giorno della recita, Bartoli è stata omaggiata con un “tanti auguri a te” da parte dell’orchestra durante i saluti finali, un gesto simpatico accolto con calore dal pubblico.
Più discutibile l’Antenore di Enea Scala: molto esposto scenicamente, ma vocalmente piuttosto altalenante. Il ruolo, ideato per il baritenore Andrea Nozzari, richiede una flessibilità vocale che Scala possiede solo parzialmente. La sua emissione caprina, con un vibrato che talvolta sfiora il semitono, risulta grezza nell’acuto, sebbene sorprendentemente solida nei registri gravi. Sul piano attoriale, si lancia senza paura nel travestimento imposto da Bieito per il suo personaggio: perturbante, istrionico, persino ridicolo in certi momenti, ma efficace nella sua deformazione grottesca del cattivo.
Molto più aderente allo stile è stato Lawrence Brownlee nei panni di Ilo. Senza grande volume, ma con linea vocale, eleganza e fiato esemplari, ha brillato nella sua cavatina inaugurale “Terra amica”, regalando un Re5 spettacolare; allo stesso modo, il suo duetto con Polidoro è stato uno dei momenti più riusciti della serata. Nelle agilità, perfetto, nonostante un repertorio di tic e movimenti spasmodici (simili a quelli di Juan Diego Flórez) che non intacca una prestazione vocale eccezionale. Si vede così premiata l’incomprensibile assenza scenica del tenore statunitense dal festival per oltre 15 anni.
Da parte sua, la mezzosoprano Marina Viotti ha offerto una Emma di grande livello. Dal timbro caldo ed espressivo, ha brillato nella sua aria aggiunta “Ciel pietoso, ciel clemente”, cantata dalla piscina, senza che l’incomodo contesto scenico ne affievolisse la linea vocale. Molto toccante, inoltre, il già citato duetto con Zelmira “Perché mi guardi e piangi”, accompagnato solo da arpa e corno inglese, un’oasi di intimità e musicalità nel mezzo del caos scenico.
Più incostante si è mostrato il basso croato Marko Mimica nei panni di Polidoro, caratterizzato come statua vivente: voce potente, ma un canto rustico e poco raffinato, particolarmente nell’aria d’ingresso “Ah! già trascorse il dì”, numero tanto interessante armonicamente quanto ingrato. Gianluca Margheri, nei panni di Leucippo, se la cava vocalmente come può, anche se il suo ruolo di “lacché sessuale” di Antenore lo trasforma in un continuo punto focalizzante della scena. Il povero Margheri, con il suo fisico imponente, sembra sempre ricevere la scusa più labile per trovarsi in tenuta succinta… e questa non è stata l’eccezione. Paolo Nevi (Eacide in versione angelo emo) e Shi Zong (Gran Sacerdote) hanno completato il cast con dignità. Al secondo, il cui intervento vocale dura meno di dieci secondi, spetta la caratterizzazione più umiliante della produzione: un pannolino, una parrucca verde stile Grinch e un’urna elettorale vuota in mano.
Se c’è qualcosa che non è cambiato rispetto all’anno scorso sono i posti a sedere di un Auditorium Scavolini mezzo vuoto, ovvero le gradinate di un palazzetto sportivo; di conseguenza, il mal di schiena fa parte integrante dell’esperienza. Non è cambiata neanche la scarsa insonorizzazione: sentire una moto che sgomma all’esterno durante un concertato non smette di risultare ironico. Quest’anno, per la prima volta dopo molto tempo, si è fatto a meno del ben più adatto Vitrifrigo Arena. Scelta infelice. Per fortuna, Rossini e la sua musica continuano sempre a prevalere.
Aunque no sea precisamente, ni mucho menos, de las óperas más representadas, Zelmira ocupa un lugar privilegiado en la producción napolitana de Rossini. Última de sus colaboraciones con el Teatro di San Carlo, esta partitura compendia y expande las conquistas musicales de su autor: exploración armónica de una audacia insólita para su tiempo, una escritura vocal endiablada y, sobre todo, una encomiable y originalísima orquestación que sitúa al cisne de Pésaro por encima de sus contemporáneos. Nos encontramos ante una obra difícil y desafiante, tanto para el intérprete como para el espectador, pero que, bien defendida, ofrece una recompensa artística inusual. Así, tras las dos históricas producciones de Zelmira vistas en el ROF (la primera en 1995, con la Devia como protagonista y dirigida por el recientemente desaparecido Roger Norrington; la segunda en 2009, con la participación de Juan Diego Flórez y en la versión de París 1826, con final alternativo para Giuditta Pasta), en la presente edición se ha optado por poner en escena la versión vienesa de 1822, que incorpora, al comienzo del segundo acto, una preciosa aria para Emma,“Ciel pietoso, ciel clemente”, escrita para Fanny Eckerlin.
Dicho esto, lo vivido en el Auditorium Scavolini resultó en una experiencia tan estimulante en lo musical como desconcertante en lo escénico. Junto a Barbora Horáková, Calixto Bieito firma en su esperado debut en el ROF, paradójicamente, una de sus puestas en escena menos provocadoras –será que con la edad se modera…–, donde su visión del drama parece distante, superficial, casi desganada. Da la impresión de no creer del todo en la obra, hasta el punto de rozar la versión semiescenificada. No molesta, pero tampoco dice nada. La idea del espacio escénico a 360º –una plataforma rectangular translúcida en medio de las gradas, con la orquesta en el centro situada en una especie de paralelepípedo– puede parecer novedosa. En la práctica, sin embargo, compromete de manera dramática la acústica: cada vez que un cantante da la espalda, el sonido prácticamente desaparece.
La sensación de desconexión entre escena y público se acentúa por un uso errático del espacio y la introducción de elementos escénicos tan caprichosos como arbitrarios: Leucippo corriendo en círculos alrededor del foso y chapoteando en la piscina, ruido incluido; Antenore jugando con tierra y saludando al público con un espumillón de los chinos colgado al cuello a lo cotillón de Nochevieja; el zombie de Azor arrastrando un árbol como si fuera un gotero de hospital; Emma versión dominatrix enredándose con una cinta magnética salida de un viejo casete, y todos los personajes muertos sobre el escenario mientras Zelmira canta su aria final con las manos en los bolsillos, para después contestarle aun cadáveres. El desfile de genialidades e ideas inexplicadas no cesa, pero tampoco impide ver el hombre de teatro intuitivo que pervive en el regista burgalés. Por ejemplo, la transformación de Ilo en un veterano de guerra demacrado, cual soldado norteamericano con flashbacks de Vietnam, contrapone eficazmente la imagen tradicional del héroe que «ritorna vincitor». También está bien traída, a juicio de quien firma estas líneas, la relación entre Antenore y Leucippo, que pasa aquí de vínculo político a enfermiza historia de dependencia emocional y carnal entre amantes. Lo que comienza como una reflexión sugerente acaba, sin embargo, diluyéndose entre simbolismos vacíos y figurantes erráticos que no sorprenden a nadie.
El maestro Giacomo Sagripanti, desde el podio, tuvo que hacer frente a un auténtico reto logístico: mantener el equilibrio entre orquesta, coro y solistas, muchas veces situados a decenas de metros de distancia o incluso a su espalda. En ese sentido, su dirección es más que meritoria: milimétrica, guiando con mucho mimo a los cantantes, clara en la articulación, con tempi generalmente pausados pero nunca pesados, resultando en un apreciable trabajo en la diferenciación de planos y texturas. La Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, sucesora de la habitual Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI en ediciones precedentes del festival, respondió con entusiasmo, emanando del foso/paralelepípedo un sonido pulido y diáfano. Especial mención para los solos de arpa y corno inglés en el bellísimo dueto entre Zelmira y Emma del primer acto, y para la sección de cuerda en el original preludio previo a la escena de la prisión “Oh padre! il duol, l’affanno”. El Coro del Teatro Ventidio Basso, preparado por Pasquale Veleno, mostró entrega, aunque las circunstancias escénicas no jugaron a su favor: desplazados a los extremos del recinto, y obligados a cantar muchas veces estáticos y fuera de foco, su presencia escénica fue tan anecdótica como sonora.
Anastasia Bartoli, sustituyendo a la inicialmente prevista Pretty Yende, se enfrentaba a un reto considerable, no solo por las exigencias vocales del papel titular, sino también por la inevitable comparación con su brillante Ermione del año anterior. Aquí, sin alcanzar aquel grado de hipnosis escénica, vuelve a confirmar su autoridad vocal: instrumento de gran volumen, carnoso, incisivo, con agudos y graves de impacto, y una técnica que le permite abordar con imaginación las variaciones de los da capo, especialmente en el gran final “Riedi al soglio – Deh, circondatemi”. Que su timbre no sea el más naturalmente rossiniano importa poco ante un rendimiento tan sólido. Bravissima. Puesto que cumplía años el mismo día de la función, Bartoli fue obsequiada con un “cumpleaños feliz” por parte de la orquesta durante los saludos finales, un gesto simpático celebrado por el público.
Discutible el Antenore de Enea Scala, sin duda el más expuesto escénicamente, pero también el más desigual vocalmente. El papel, ideado para el baritenor Andrea Nozzari, exige una flexibilidad vocal que Scala posee solo parcialmente. Su emisión caprina, con un vibrato que a veces roza el semitono, resulta tosca en el agudo, aunque soprendentemente solvente en los graves. En lo actoral, Scala se lanza sin red a la caracterización impuesta por Bieito para su personaje, perturbadora, histriónica, incluso ridícula por momentos, pero eficaz en su deformación grotesca del villano.
Mucho más ajustado al estilo, en cambio, Lawrence Brownlee como Ilo. Sin contar con un gran volumen, pero con una línea de canto, elegancia y fiato ejemplares, brilló en su cavatina de entrada “Terra amica”, regalándonos un espectacular Re5; del mismo modo, su dueto con Polidoro resultó de lo más logrado de la noche. Las agilidades, impecables, se ven acompañadas –al igual que ocurre con Juan Diego Flórez– de un peculiar repertorio de tics y movimientos espasmódicos, que no empañan una prestación musical más que notable. Se ve recompensada, así, la incomprensible ausencia escénica del tenor norteamericano en el festival por más de 15 años.
Por su parte, la mezzo Marina Viotti ofreció una Emma de gran categoría. De timbre cálido y expresivo, sobresalió en su aria añadida “Ciel pietoso, ciel clemente”, que interpretó desde la piscina, sin que el incómodo contexto escénico menguase su línea de canto. Especialmente conmovedor resultó el anteriormente referido dueto con Zelmira, “Perché mi guardi e piangi”, acompañado solo por arpa y corno inglés, un oasis de intimidad y musicalidad en medio del caos escénico.
Más irregular se mostró el bajo croata Marko Mimica como Polidoro, caracterizado como estatua viviente: voz potente, pero canto rudo y poco pulido, particularmente en su aria de entrada “Ah! già trascorse il dì”, número tan interesante armónicamente hablando como ingrato. Gianluca Margheri, como Leucippo, cumple con discreción vocalmente, aunque su papel como «lacayo sexual» de Antenore lo convierte en un constante foco escénico. Al pobre Margheri, con su imponente físico, parecen buscarle siempre la excusa más nimia para dejarlo en paños menores… y esta no fue la excepción. Paolo Nevi (Eacide versión ángel emo) y Shi Zong (gran sacerdote) completaron dignamente el reparto. Al segundo, cuya intervención vocal no supera los diez segundos, corresponde la caracterización más denigrante de la producción: un pañal, pelo-pincho verde estilo Grinch y una urna electoral vacía entre manos.
Si algo no ha cambiado desde el año pasado son los asientos de un Auditorium Scavolini a media entrada, más específicamente gradas de pabellón deportivo; por ende, el dolor de espalda es parte de la experiencia. Tampoco ha cambiado la escasa insonorización: escuchar cómo una moto derrapa en el exterior durante un concertante no deja de tener su ironía. Este año, por primera vez en años, se ha prescindido del mucho más adecuado Vitrifrigo Arena. Mala decisión. Afortunadamente, Rossini y su música siempre terminan primando.
16 agosto 2025 – Pesaro, Rossini Opera Festival (ROF): Zelmira
Dramma per musica in due atti di Andrea Leone Tottola
Musica di Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini di Pesaro, in collaborazione con Casa Ricordi di Milano, a cura di Helen M. Greenwald e Kathleen Kuzmick Hansell
Nuova produzione
Polidoro MARKO MIMICA
Zelmira ANASTASIA BARTOLI
Ilo LAWRENCE BROWNLEE
Antenore ENEA SCALA
Emma MARINA VIOTTI
Leucippo GIANLUCA MARGHERI
Eacide PAOLO NEVI
Gran Sacerdote SHI ZONG
CORO DEL TEATRO VENTIDIO BASSO
Maestro del Coro PASQUALE VELENO
ORCHESTRA DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA
Direttore GIACOMO SAGRIPANTI
Regia CALIXTO BIEITO
Scene CALIXTO BIEITO, BARBORA HORÁKOVÁ
Costumi INGO KRÜGLER
Luci MICHAEL BAUER
COLLABORATORE DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche
Non sei ancora registrato/a?
Nessun problema, bastano pochi minuti!
Vuoi fare ancora di più?
Diventando socio, supporti la nostra missione e accedi a vantaggi esclusivi.
Associarsi a Opera Mundus ti offre l’opportunità di contribuire a progetti innovativi, accedere a risorse esclusive e partecipare a eventi internazionali.
Scopri come puoi fare la differenza con la tua adesione. Diventa socio di Opera Mundus!
E’ detraibile un importo, pari al 30%, delle erogazioni in denaro o in natura effettuate a favore degli enti del Terzo settore.
Nel caso in cui la persona opti per la detrazione, essa ammonterà al 30% dell’importo della donazione stessa, su una donazione massima di 30.000 euro. Ciò significa che sulla donazione massima di 30.000 euro si avrà un risparmio d’imposta di 9.000 euro.
Per quanto riguarda le erogazioni effettuate, invece, da enti e società, per esse è prevista la sola possibilità di deduzione dal reddito imponibile, nel medesimo limite del 10% del reddito complessivo dichiarato previsto per le persone fisiche.
Opera Mundus APS ETS
BANCA: BANCA DI CIVIDALE S.P.A.
IBAN: IT65J0548412100000005000208
BIC/SWIFT: CIVIIT2C
CAUSALE: donazione/erogazione liberale