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Pesaro, Rossini Opera Festival 2026: Juan Diego Flórez 30 al ROF

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Oggi Direttore artistico del Rossini Opera Festival, il tenore Juan Diego Florez (peruviano ma ormai anche italiano, visto che parte dell’anno risiede a Pesaro) ha festeggiato i trent’anni di trionfale partecipazione al ROF in un concerto con l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna diretto da Iván López-Reynoso e con il coro del Teatro Ventidio Basso, istruito da Pasquale Veleno. Il tenore ha partecipato a sedici edizioni della manifestazione, con ventidue esibizioni complessive: un record e un privilegio che, fra tutti i teatri, solo il Rossini Opera Festival può vantare.

In puro stile “a star is born”, nel 1996 proprio qui al ROF è nata una vera leggenda del canto rossiniano, che s’è distinta in seguito anche nei repertori d’altri grandi compositori. Il suo terreno canoro era comunque già stato reso fertile dalla straordinaria stagione della Rossini-renaissance, con il ritorno alla pratica teatrale d’opere dimenticate e con una generazione di tenori del calibro di Chris Merrit e Rockwell Blake che avevano in un sol colpo e per sempre eclissato gli sbiancati tenorini di grazia rossiniani. Florez ha inoltre avuto la fortuna d’avere come mentore e manager il connazionale Ernesto Palacio, tenore dalla passata carriera maiuscola e oggi Sovrintendente del ROF, che subito notò le sue straordinarie doti naturali: presenza di gran carisma scenico per avvenenza e incisività attoriale; un bellissimo timbro, così splendidamente riconoscibile dalle prime note; omogenea estensione vocale, capace di coprire brillanti note acute e sovracute ma con un corposo registro centrale e grave; sorprendente virtuosismo nelle precise e veloci agilità in ogni passaggio di coloratura; spontaneità molto comunicativa nel fraseggio e dizione perfetta; dominio assoluto della dinamica, delle mezzevoci, del legato, degli accenti drammatici e degli abbandoni amorosi…

Rievochiamo quel momento di trent’anni fa: al ROF si dava la Matilde di Shabran e il tenore Bruce Ford doveva interpretare il ruolo protagonista di Corradino, una parte che richiede una tessitura acuta e agilità vocale rossiniana d’estrema difficoltà: una delle ragioni per le quali l’opera era stata confinata nell’oblio. Ma Ford dovette improvvisamente rinunciare a causa d’un improvviso problema di salute appena prima del debutto. Un problema da far tremare vene e polsi per il Sovrintendente Gianfranco Mariotti e il Direttore artistico Luigi Ferrari! Decisero di scommettere su un giovane e sconosciuto di ventritré anni proveniente da Lima che si chiamava Juan Diego Flórez. Il tenore si trovava al ROF di Pesaro perché era stato ingaggiato per interpretare il ruolo minore di Ernesto nel dramma rossiniano Ricciardo e Zoraide. Durante le prove di questa produzione, il Sovrintendente e il Direttore artistico erano infatti rimasti molto colpiti dalle sue straordinarie doti vocali e sceniche. Detto, fatto: il tenore fu spostato dal ruolo minore di Ernesto a quello di Corradino e – beata incoscienza della giovinezza – Flórez si mise a studiare lo spartito a tempo di record, affrontando una coloratura da spavento, con costanti salti di registro scritti da Rossini nel 1821 per il grande divo-virtuoso del momento, Giovanni David. Me lo ricordo quel 13 agosto 1996 al Palafestival, la sera della prima, con il pubblico che rimase letteralmente folgorato: al termine dell’opera, gli tributammo lunghissimi e fragorosi applausi, ben consapevoli d’aver assistito a una serata storica. Anche i critici musicali presenti scrissero d’aver assistito a un evento memorabile: riguardando i ritagli che ho conservato, l’inflessibile Paolo Isotta del Corriere della Sera parlò dell’esibizione di Florez come “un vero e proprio miracolo”, definendolo un “tenore rossiniano ideale” ed esprimendo uno stupore assoluto “per la purezza della linea di canto e la facilità impressionante nell’eseguire le vertiginose agilità e gli acuti della micidiale parte”; Angelo Foletto de La Repubblica definì questa performance la grande “rivelazione del festival” e descrisse il canto del ventitreenne come “sbalorditivo per freschezza e sicurezza, capace di far crollare il teatro per l’entusiasmo”; Paolo Gallarati de La Stampa parlò della sua vocalità come una vera folgorazione per “bravura e grazia fisica insuperabili” e d’un futuro da “divo assoluto” del repertorio rossiniano; e si potrebbe continuare…

Dopo un tale trionfo di pubblico e critica, la direzione del Teatro alla Scala pensò subito di scritturarlo nel ruolo del Chevalier Danois per l’Armide di Christoph Willibald Gluck diretta da Riccardo Muti che inaugurava a Sant’Ambrogio la stagione 1996-1997. L’attendeva al varco – tra platea, palchi a e loggione – la solita e ben compatta adunata scaligera d’ardua contentabilità, avvezza soprattutto ai più astrusi raffronti con almeno una trentina d’altri tenori del passato. Ma anche lì il teatro rispose in modo trionfale: l’ascoltai in quest’occasione per la seconda volta, e con grande entusiasmo. Come successe per il suo Tonio de La Fille du Regiment nella produzione scaligera del 2007, quando capitò una cosa che al Piermarini non si ricordava dai tempi di Arturo Toscanini: a furor d’ovazioni interminabili, fu costretto – non senza un certo legittimo quanto narcisistico piacere – a bissare i nove do di petto nella cabaletta Pour mon âme. Qual è il segreto di questa potente empatia tra Florez e il pubblico? Forse le sue semplici parole durante un’intervista possono farcelo intuire: «Cerco d’entrare subito in contatto con il pubblico: quando t’esibisci per un pubblico e canti per loro, vuoi emozionarli… Vuoi suscitare in loro un cambiamento, qualcosa di diverso. Cerco quindi di non cantare solo per me stesso. Canti e senti la musica, senti quello che stai cantando. Allora comunichi: è il momento più bello perché il pubblico può sentire quello che provi veramente. Ed è meraviglioso».

Per giubilare questo suo trentennale dal debutto al ROF, Juan Diego Florez ci ha proposto ieri sera un’iniziale suite rossiniana come dovuto omaggio al compositore pesarese “padrone di casa” al quale deve tanto. Comprendeva: La pietra del paragone: recitativo Oh come il fosco impetuoso nembo e aria di Giocondo Quell’alme pupille  –  La Cenerentola: aria di Ramiro Sì, ritrovarla io giuro  –  Guillaume Tell: recitativo Ne m’abandonne point, espoir de la vengeance! e aria di Arnold Asile héréditaire. L’inevitabile appannamento dello squillo è compensato dalla sua travolgente espressività nello scolpire ogni singola parola, con un legato sempre ammirevole e agilità perfette. Sono seguite le arie francesi: Jules Massenet, Le Cid, recitativo Ah! Tout est bien fini! e aria di Rodrigue Ô souverain, ô juge, ô père  –  Charles Gounod, Faust, recitativo Quel trouble inconnu me pénètre? e cavatina Salut! demeure chaste et pure  –  Jacques Offenbach, Les Contes d’Hoffmann, recitativo Va pour Kleinzach! e scena di Hoffmann Il était une fois à la cour d’Eisenach! E qui è stato il vertice della serata perché è proprio nell’opera francese che Florez fa emergere le sue straordinarie capacità d’alto lignage di tenore lirico: passionale, introspettivo e sempre elegante, con uso sapiente delle mezzevoci e sfumature di fraseggio estatiche, languide, tormentate in equilibrio perfetto tra sensualità e fragilità emotiva: una voce che riesce a muoversi squisitamente nel registro grave e centrale in un suadente declamato lirico che diventa sempre espressiva parola cantata. Conclusione à feux d’artifice con il Donizetti francese de La fille è du régiment, con il suo cavallo di battaglia concertistica – ormai una sorta di “aria di baule” – Ah! mes amis, quel jour de fête seguito dal valzer dei nove do di petto Pour mon âme. Gran fragore d’applausi del pubblico per l’ostentato vigore da pezzo di bravura e perché i nove do di petto in forma di valzer riesce a farli ancora in modo ascoltabile, ma avremmo preferito un’altra aria francese DOC, tipo il Charles Gounod del suo splendido Roméo. Tre bis concessi a furor d’ovazione: Mattinata di Ruggero Leoncavallo  –  L’alba separa dalla luce l’ombra di Francesco Paolo Tosti  –  La donna è mobile di Giuseppe Verdi.

Una buona prova orchestrale quella del direttore Iván López-Reynoso con l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna in “entr’acte” rimarchevoli di sinfonie e ouverture di Rossini, Offenbach e Donizetti. Il coro maschile del Teatro Ventidio Basso che ha accompagnato Florez in più arie è rimasto alquanto sullo sfondo e c’è sembrato molto esangue, soprattutto nel brano donizettiano dove avrebbe dovuto dar corpo a tutta la protervia d’un intero reggimento ma non sarebbe neanche riuscito a intimorire un manipolo di boy-scout.

In somma delle somme, proprio perché è stata una serata di gran festa, si sente l’intima necessità d’elencare i molti personaggi ai quali questo grande tenore ha dato così straordinariamente vita al Rossini Opera Festival in questi trent’anni, come in una sorta di rosario rossiniano da sgranare nei ricordi, opera dopo opera…

Ecco:

  • Corradino (Matilde di Shabran, 1996 – 2004 – 2012).
  • Florville (Il Signor Bruschino, 1997).
  • Don Ramiro (La Cenerentola, 1998 – 2000).
  • Conte di Libenskof (Il viaggio a Reims, 1999).
  • Giacomo V (La donna del lago, 2001 – 2016).
  • Comte Ory (Le Comte Ory, 2003 – 2022).
  • Conte d’Almaviva (Il barbiere di Siviglia, 2005).
  • Rodrigo (Otello, 2007).
  • Ilo (Zelmira, 2009).
  • Arnold Melchtal (Guillaume Tell, 2013).
  • Ricciardo (Ricciardo e Zoraide, 2014).
  • Oreste (Ermione, 2024).

Poi, i molti concerti di canto, le masterclass presso l’Accademia Rossiniana, il Rossini “sacro”: la Petite Messe Solennelle, lo Stabat Mater, la Messa di Gloria.

18 agosto 2026 – Trentennale di Juan Diego Florez al ROF – Pesaro, Rossini Opera Festival

Musiche di Gioachino Rossini, Jules Massenet, Charles Gounod, Jacques Offenbach, Gaetano Donizetti

Auditorium Scavolini

CAST

Interprete: JUAN DIEGO FLÓREZ

Direttore: IVÁN LÓPEZ-REYNOSO

Orchestra del Teatro Comunale di Bologna

Coro del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno

Maestro del Coro: PASQUALE VELENO

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A CURA DI

Emilio Pappini

COLLABORATORE DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche

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