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Pesaro, Rossini Opera Festival 2026: L’occasione fa il ladro

  • Rossini Opera Festival 2026 - L'Occasione fa il ladro - recensione Opera Mundus - ph Amati Bacciardi

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ORIGINALE

  • Il Rossini Opera Festival 2026 è stato, non c’è dubbio, un ROF diverso. Il brutale taglio di bilancio (tutto ciò che i politici toccano finisce per marcire…) al quale è stata sottoposta l’istituzione pesarese ha costretto a ridimensionare sensibilmente le ambizioni di una programmazione che, rispetto alle abituali due nuove produzioni di titoli di ampio respiro, quest’anno ha dovuto accontentarsi di una sola, affiancata da due farse – importante: senza coro, naturalmente, ché bisogna risparmiare – in riprese di produzioni storiche del Festival. Fortunatamente, tutto sembra indicare che la tempesta cominci a placarsi e che la prossima edizione restituirà al ROF una certa normalità, con tre titoli particolarmente interessanti (vale a dire La donna del lago, Adina e Tancredi) e due nuove produzioni.

    L’occasione fa il ladro è la penultima delle cinque farse che Rossini scrisse per il Teatro San Moisè di Venezia. Vide la luce il 24 novembre 1812, anno assolutamente cruciale nella vertiginosa carriera del giovane compositore. In quei dodici mesi scrisse per lo stesso teatro L’inganno felice e La scala di seta, oltre ad aver conquistato appena due mesi prima il Teatro alla Scala di Milano con La pietra del paragone, il suo primo trionfo di autentica importanza. Come sarebbe accaduto tante altre volte nel corso della sua carriera, Rossini non ebbe alcuno scrupolo a saccheggiare sé stesso: la tempesta della Pietra, destinata più tardi a diventare anche il temporale del Barbiere, riappare qui trasformata in preludio, mentre la melodia dell’aria di Giocondo “Quell’alme pupille“ passa, opportunamente riciclata, alla cavatina del Conte Alberto.

    Non ci troviamo, a giudizio di chi scrive, di fronte alla più ispirata delle farse rossiniane, ma anche il Rossini minore rimane Rossini: musica scintillante, teatrale e irresistibilmente godibile. Magnifico risulta, per esempio, l’originale concertato lento del quintetto, una sorta di mini-finale primo che, come accade anche nella Scala di seta, introduce all’interno di un’opera in un solo atto l’architettura e l’accumulazione drammatica proprie di un finale d’atto. Né conviene liquidare il testo di Luigi Prividali per l’apparente inanità dei suoi consueti meccanismi della farsa del primo Ottocento: identità scambiate, coppie che si ricombinano, personaggi che scoprono di amare chi non pensavano di amare… In mezzo a tanto intrigo triviale trova persino spazio la critica sociale. Così Martino descrive il suo padrone Don Parmenione: “Tutto censura e critica, benché sia un ignorante […]. È in somma di quegli esseri comuni in società“. Olé. Sono trascorsi più di due secoli e, purtroppo, questa specie non sembra affatto in pericolo di estinzione.

    Se c’era una produzione che giustificava pienamente una ripresa in questo ROF in economia di guerra, era quella creata da Jean-Pierre Ponnelle per il Festival nel 1987. Il mitico regista e scenografo, artefice di tante produzioni ormai entrate nella memoria collettiva degli appassionati d’opera, sarebbe morto appena un anno dopo. La sua Occasione risultò talmente appropriata all’opera che, quarant’anni dopo, il Festival non ha ancora sentito la necessità di sostituirla. E la cosa più sorprendente è constatare fino a che punto continui a funzionare. Vedere oggi questa produzione, lungi dal sapere di naftalina o dal sembrare uno di quei fondali di cartapesta ex sovietici che alcune compagnie itineranti continuano ancora a portare nelle città di provincia, significa compiere un autentico viaggio verso quei tempi felici in cui i regisseurs intenti a distruggere a proprio piacimento i testi teatrali non costituivano ancora la maggioranza assoluta. Ponnelle utilizza, per esempio, quel teatro nel teatro oggi spremuto fino alla nausea, ma lo fa, soprattutto, con intelligenza. I macchinisti rimangono a vista e partecipano alla creazione della finzione (semplicemente geniale il momento in cui bagnano l’ombrello del Conte Alberto per simulare la tempesta), mentre Martino assume una funzione di demiurgo e maestro di cerimonie che governa lo spettacolo, scaturito da una valigia. Tutto è disseminato di piccoli gag e dettagli perfettamente sincronizzati che accompagnano la musica anziché competere con essa. Il pubblico pesarese, va detto, dalla risata fin troppo facile in alcuni momenti, si è divertito moltissimo. La ripresa è stata affidata a Sonja Frisell, storica collaboratrice di Ponnelle e responsabile di quella spettacolare e immortale Aida del Metropolitan.

    Meno scintille sono scoccate sul versante prettamente musicale dello spettacolo. Alessandro Bonato, alla guida di un’Orchestra Sinfonica G. Rossini poco sonora, ha offerto una concertazione funzionale e stilisticamente scrupolosa. Tuttavia, la sua lettura è risultata fredda e calcolatrice, puramente metronomica e priva di quell’elettricità ritmica la cui assenza, nella macchina teatrale rossiniana, costituisce un vero peccato. La tempesta iniziale, più che una tempesta, è stata una pioggerellina. Non sono mancate, inoltre, alcune sbavature strumentali, tra cui un corno solista non particolarmente felice durante il cantabile dell’aria di Berenice “Voi la sposa pretendete“. La principale virtù di Bonato è stata dunque la sua capacità di accompagnare, mostrandosi straordinariamente attento alle esigenze dei cantanti, che ha assecondato e coccolato fino all’estremo. Impeccabile, come di consueto, l’accompagnamento dei recitativi affidato a Giulio Zappa al fortepiano e Jacopo Muratori al violoncello, sempre attenti e complici di quanto accadeva in scena.

    Damiana Mizzi ha delineato una corretta Berenice. Il suo strumento appartiene alla tipologia del soprano leggero, ma gli acuti assumono una certa asprezza e la linea di canto non spicca precisamente per fantasia. È migliorata sensibilmente nella già citata seconda aria, dove ha potuto sfruttare con maggiore fortuna le proprie risorse nella coloratura e nel registro sovracuto.

    Dave Monaco ha confermato, come Conte Alberto, le buone impressioni suscitate poco prima come Guido nell’Enrico di Borgogna veneziano. Possiede facilità nella coloratura, coraggio e, soprattutto, una disinvoltura nel registro acuto che oggi non abbonda. È stato molto applaudito dopo la celebre “D’ogni sacro impegno“, anche se interpretare questa pagina a Pesaro significa inevitabilmente evocare un fantasma: quello di Don Rockwell Blake e della sua extraterrestre “messa di voce inversa”, che sembra ancora aggirarsi per il Teatro Rossini. Non c’è dubbio che habemus uno dei tenori belcantisti più interessanti emersi negli ultimi anni, anche se non è che abbia poi vita troppo difficile, visto l’allarmante deserto che attraversa attualmente la corda tenorile rossiniana.

    Magnifica anche l’Ernestina di Martiniana Antonie. Il mezzosoprano rumeno è ormai da anni una presenza abituale del ROF in ruoli secondari e riesce difficile comprendere perché non le vengano affidati impegni di maggiore spessore. Sempre disinvolta sul palcoscenico, possiede uno strumento bellissimo, vellutato e dal colore seducente, oltre a una tecnica solida che le consente di muoversi con agio nella scrittura rossiniana. Fortunatamente, appena pochi giorni dopo abbiamo potuto apprezzarne le qualità come protagonista della riscoperta della Donna selvaggia di Carlo Coccia nell’ambito del festival Il Belcanto ritrovato.

    Matteo Mancini ha incarnato Don Parmenione, motore dell’intrigo che finisce per cadere vittima della stessa occasione che intendeva sfruttare. La sua imponente statura gli conferisce già di per sé una presenza ideale per il ruolo, anche se vocalmente, nonostante una corretta fattura rossiniana, si sono avvertite la mancanza di maggiore comicità, varietà e inventiva. Dal canto suo, il baritono Giuseppe Toia ha fatto del servo Martino una figura centrale della rappresentazione, rispondendo con una prova scenicamente disinvolta e di ammirevole naturalezza. Ha completato adeguatamente il cast il tenore Manuel Amati nella parte di Don Eusebio.

    Il Teatro Rossini, quasi esaurito, ha tributato una calorosa accoglienza all’intera compagnia. Naturalmente, questa Occasione fa il ladro non si è neppure avvicinata al livello leggendario di alcune precedenti incarnazioni del titolo a Pesaro; nondimeno, la ripresa di Ponnelle ha ricordato ancora una volta qualcosa di elementare: anche nelle sue opere piccole Rossini è grandissimo. E grande è stato ciò che ci attendeva il giorno successivo. Le siège de Corinthe ha regalato una di quelle recite destinate a rimanere negli annali del Festival grazie a una Vasilisa Berzhanskaya (un tempo mezzosoprano, da poco passata al registro di soprano e rivelatasi qui una falcon a tutti gli effetti) in stato di grazia, probabilmente quanto di più vicino i nostri tempi possano offrire ad alcune delle grandi voci del secolo scorso. Ma di quella storica serata ha già dato ampiamente conto su queste pagine il mio collega Emilio Pappini.

  • El Rossini Opera Festival de 2026 ha sido, qué duda cabe, un ROF diferente. El brutal recorte presupuestario (todo aquello que los políticos tocan acaba pudriéndose…) al que se ha visto sometida la institución pesaresa ha obligado a reducir sensiblemente las ambiciones de una programación que, frente a las habituales dos nuevas producciones de títulos de gran formato, ha debido conformarse este año con una sola, acompañada por dos farsas –importante: sin coro, claro está, que hay que ahorrar– en reposiciones de producciones históricas del festival. Afortunadamente, todo parece indicar que el temporal comienza a amainar y que la próxima edición devolverá al ROF cierta normalidad, con tres títulos particularmente interesantes (esto es, La donna del lago, Adina y Tancredi) y dos nuevas producciones.

    L’occasione fa il ladro es la penúltima de las cinco farsas que Rossini escribió para el Teatro San Moisè de Venecia. Esta vio la luz el 24 de noviembre de 1812, año absolutamente crucial en la vertiginosa carrera del joven compositor. En aquellos doce meses escribió para el mismo teatro L’inganno felice y La scala di seta, además de conquistar dos meses atrás el Teatro alla Scala de Milán con La pietra del paragone, su primer triunfo de verdadera importancia. Como tantas veces sucedería a lo largo de su carrera, Rossini no tuvo inconveniente alguno en saquearse a sí mismo: la tormenta de La pietra, más tarde también temporal del Barbiere, reaparece aquí convertida en preludio, y la melodía del aria de Giocondo “Quell’alme pupille” pasa, convenientemente reciclada, a la cavatina del Conte Alberto.

    No nos encontramos, a juicio del abajofirmante, ante la más inspirada de las farsas rossinianas, pero incluso el Rossini menor sigue siendo Rossini: música chispeante, teatral e irresistiblemente disfrutable. Magnífico resulta, por ejemplo, el original concertante lento del quinteto, una suerte de mini-finale primo que, como sucede también en La scala di seta, introduce dentro de una ópera de un solo acto la arquitectura y la acumulación dramática propias de un final de acto. Tampoco conviene desdeñar el texto de Luigi Prividali por la aparente inanidad de sus consabidos mecanismos habituales en la farsa del primer Ottocento: identidades intercambiadas, parejas que se truecan, personajes que descubren que aman a quien no pensaban amar… Entre tanto enredo trivial encuentra incluso acomodo la crítica social. Así retrata Martino a su amo Don Parmenione: «Tutto censura e critica, benché sia un ignorante […]. È in somma di quegli esseri comuni in società». Olé. Han pasado más de dos siglos y, por desgracia, esta especie no se encuentra precisamente en peligro de extinción.

    Si había una producción que justificaba plenamente ser repuesta en este ROF de economía de guerra era la que Jean-Pierre Ponnelle creó para el festival en 1987. El mítico director y escenógrafo, responsable de tantas producciones que forman ya parte de la memoria colectiva de los aficionados a la ópera, fallecería apenas un año después. Su Occasione resulta tan apropiada para la obra que, cuarenta años después, el festival aún no ha encontrado necesidad de sustituirla. Y lo más sorprendente es comprobar hasta qué punto continúa funcionando. Ver hoy esta producción, lejos de desprender olor a naftalina o de parecer uno de esos cartones piedra exsoviéticos que todavía llevan algunas compañías itinerantes a las ciudades de provincia, supone un auténtico viaje en el tiempo a aquellos felices días en los que los regisseurs empeñados en violar a su antojo los textos teatrales todavía no constituían mayoría absoluta. Ponnelle emplea, por ejemplo, ese teatro dentro del teatro hoy exprimido hasta el hartazgo, pero lo hace, sobre todo, con inteligencia. Los tramoyistas permanecen a la vista y participan en la creación de la ficción (simplemente genial el momento en que mojan el paraguas del Conte Alberto para simular la tormenta), mientras Martino adquiere una función de demiurgo y maestro de ceremonias que gobierna el espectáculo, surgido de la maleta. Todo está plagado de pequeños gags y detalles perfectamente sincronizados que acompañan la música en lugar de competir con ella. El público pesarés, todo sea dicho, de risa demasiado fácil en algunos momentos, se lo pasó en grande. La reposición fue encomendada a Sonja Frisell, histórica colaboradora de Ponnelle y responsable de aquella espectacular e inmortal Aida del Metropolitan.

    Menos chispas produjo la vertiente puramente musical del espectáculo. Alessandro Bonato, al frente de una poco sonora Orchestra Sinfonica G. Rossini, ofreció una concertación funcional y escrupulosa en lo estilístico. Sin embargo, su lectura resultó fría y calculadora, puramente metronómica y ayuna de esa electricidad rítmica cuya ausencia en la máquina teatral rossiniana resulta todo un pecado. La tormenta inicial, más que tormenta, fue llovizna. No faltaron, además, algunos lunares instrumentales, entre ellos una trompa solista poco afortunada durante el cantabile del aria de Berenice “Voi la sposa pretendete”. La principal virtud de Bonato estuvo, por tanto, en su labor como acompañante, extraordinariamente atento a las necesidades de los cantantes, a quienes mimó hasta el extremo. Impecable, como de costumbre, el acompañamiento de los recitativos a cargo de Giulio Zappa al fortepiano y Jacopo Muratori al violonchelo, siempre atentos y cómplices con cuanto sucedía sobre el escenario.

    Damiana Mizzi compuso una correcta Berenice. Su instrumento responde a la tipología de soprano ligera, pero los agudos adquieren un punto agrio y la línea de canto no destaca precisamente por su fantasía. Mejoró sensiblemente en su ya mencionada segunda aria, donde pudo explotar con mayor fortuna sus recursos en la coloratura y el registro sobreagudo.

    Dave Monaco confirmó como el Conte Alberto las buenas sensaciones que había causado poco antes como Guido en el Enrico di Borgogna veneciano. Hay en él facilidad para la coloratura, valentía y, sobre todo, una desenvoltura en el registro agudo que actualmente no abunda. Fue muy aplaudido tras la célebre “D’ogni sacro impegno”, aunque interpretar esta página en Pesaro supone inevitablemente convocar un fantasma: el de Don Rockwell Blake y su extraterrestre «messa di voce inversa», que todavía parece pulular por el Teatro Rossini. No hay duda de que habemus uno de los tenores belcantistas más interesantes de los últimos años, aunque tampoco lo tiene demasiado difícil ante el alarmante desierto que atraviesa la cuerda tenoril rossiniana.

    Magnífica también la Ernestina de Martiniana Antonie. La mezzosoprano rumana lleva años siendo presencia habitual del ROF en papeles secundarios y cuesta comprender por qué no se le encomiendan cometidos de mayor enjundia. Siempre desenvuelta sobre las tablas, posee un instrumento bellísimo, aterciopelado y de atractivo color, además de una técnica solvente que le permite desenvolverse con comodidad en la escritura rossiniana. Afortunadamente, apenas unos días después pudimos disfrutar de su buen hacer como protagonista de la recuperación de La donna selvaggia de Carlo Coccia en el marco del festival Il Belcanto ritrovato.

    Matteo Mancini encarnó a Don Parmenione, motor del enredo que termina cayendo víctima de la misma oportunidad que pretendía aprovechar. Su imponente estatura le proporciona de entrada una presencia idónea para el papel, aunque vocalmente, pese a una correcta factura rossiniana, se echaron en falta una mayor comicidad, variedad e inventiva. Por su parte, el barítono Giuseppe Toia hizo del criado Martino una figura central de la representación, respondiendo con una actuación escénicamente desenvuelta y de admirable naturalidad. Completó el reparto con suficiencia el tenor Manuel Amati en la parte de Don Eusebio.

    El Teatro Rossini, casi lleno, dispensó una calurosa acogida al conjunto. Por supuesto, esta Occasione fa il ladro ni ha olido el nivel legendario de algunas encarnaciones pretéritas del título en Pesaro; no obstante, la reposición de Ponnelle volvió a recordar algo elemental: también en sus obras pequeñas Rossini es muy grande. Y grande fue lo que nos esperaba al día siguiente. Le siège de Corinthe deparó una de esas funciones destinadas a quedar en los anales del festival gracias a una Vasilisa Berzhanskaya (otrora mezzosoprano, recién reconvertida en soprano y revelada aquí como toda una falcon) en estado de gracia, probablemente lo más cercano que nuestros tiempos pueden ofrecer a algunas de las grandes voces del siglo pasado. Pero de esta histórica velada ya ha dado cumplida cuenta en estas páginas mi colega Emilio Pappini.

Pesaro, Rossini Opera Festival – 20 agosto 2026

L’OCCASIONE FA IL LADRO

Burletta per musica in un atto di Luigi Prividali

Musica di Gioachino Rossini

Edizione critica della Fondazione Rossini di Pesaro, in collaborazione con Casa Ricordi di Milano, a cura di Giovanni Carli Ballola, Patricia B. Brauner e Philip Gossett

Produzione 1987, riallestimento

CAST

Don Eusebio MANUEL AMATI
Berenice DAMIANA MIZZI
Conte Alberto DAVE MONACO
Don Parmenione MATTEO MANCINI
Ernestina MARTINIANA ANTONIE
Martino GIUSEPPE TOIA

ORCHESTRA SINFONICA G. ROSSINI

Direttore ALESSANDRO BONATO
Regia, scene e costumi JEAN-PIERRE PONNELLE
Ripresa della regia SONJA FRISELL
Luci FABIO ROSSI

FOTO

© Ph credit: Amati Bacciardi

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A CURA DI

Mario Varela

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