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Pesaro, Rossini Opera Festival 2026: Recital Simón Orfila | La scala di seta

  • Pesaro, Rossini Opera Festival 2026 - La scala di seta - recensione Opera Mundus - ph Amati Bacciardi

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ORIGINALE

  • La seconda farsa di questa atipica edizione del Rossini Opera Festival ci riporta nuovamente al veneziano Teatro San Moisè. La scala di seta vi debuttò il 9 maggio 1812, appena sei mesi prima de L’occasione fa il ladro, ricordiamolo, con La pietra del paragone nel mezzo. Poche circostanze rendono meglio l’idea del frenetico ritmo compositivo al quale fu sottoposto l’efebico Rossini durante quell’anno cruciale della sua carriera e quelli immediatamente successivi. E, nonostante preceda cronologicamente L’occasione, La scala presenta, a giudizio di chi scrive, una partitura di maggiore interesse, per il modo in cui Rossini seppe sfruttare un genere apparentemente minore come la farsa in un atto per farne un autentico laboratorio di sperimentazione armonica e timbrica. Eppure, il paradosso di queste due recite pesaresi ha voluto che il godimento fosse questa volta sensibilmente minore: a un’esecuzione complessivamente deludente hanno posto rimedio soltanto la geniale messinscena di Michieletto e, soprattutto, un Paolo Bordogna attore in assoluto stato di grazia.

    Ma, prima della portata principale, alcuni di noi hanno avuto la fortuna di gustare un magnifico antipasto mattutino. Il basso-baritono Simón Orfila chiudeva la serie dei Concerti di Belcanto del festival davanti a un Teatro Rossini purtroppo ben lontano dal tutto esaurito, dimostrando di trovarsi in uno splendido momento vocale. La sua voce corposa ha percorso la sala con sorprendente facilità in un programma assai vario, una sorta di viaggio a ritroso nel tempo che partiva dalle canzoni catalane di Obradors, Mompou e Ribas, retrocedeva fino a pagine di Macbeth e Don Carlo e terminava, come non poteva essere altrimenti, con il Rossini buffo di “Là del ciel nell’arcano profondo” e “La calunnia”. Particolarmente memorabile il suo “Ella giammai m’amò!”, eseguito con una nobiltà e un’autorevolezza vocali che hanno fatto della scena di Filippo II il momento culminante del recital. Di autentico lusso l’accompagnamento del cristallino pianoforte del giapponese Naoki Hayashi, che è riuscito a farci dimenticare che il celebre assolo iniziale di questa scena verdiana spetta in realtà al violoncello. Hayashi ha avuto inoltre i propri momenti di gloria con due parafrasi di Liszt, rispettivamente su Le rossignol di Carlos Guastavino e La regata veneziana di Rossini. Come bis, Orfila è tornato a Rossini con “Già d’insolito ardore”, l’aria di Mustafà da L’italiana in Algeri, prima di congedarsi con una bella canzone della natia Minorca.

    Tornando a ciò che ci occupa, la produzione creata da Damiano Michieletto per il ROF nel 2009 costituisce la dimostrazione perfetta di come sia possibile modernizzare e attualizzare un libretto senza per questo mandare all’aria le intenzioni originarie dei suoi autori. Quella mitica edizione, pubblicata in DVD con Olga Peretyatko nei panni di Giulia e il compianto Claudio Scimone sul podio, diede inizio a un percorso che ha portato l’allestimento in luoghi come Valencia, Liegi, La Scala, Mascate o Zurigo, al punto che oggi risulta difficile pensare a La scala di seta senza che affiorino immediatamente alla memoria le immagini concepite dal suo scenografo Paolo Fantin. Anziché innalzare le pareti dell’appartamento di Giulia, il palcoscenico ne riproduce tridimensionalmente e in scala 1:1 la pianta architettonica; le divisioni tra le stanze sono disegnate sul pavimento e le pareti semplicemente non esistono. I personaggi, tuttavia, rispettano scrupolosamente porte e tramezzi invisibili e fingono di non vedersi anche quando si trovano fisicamente a pochi centimetri gli uni dagli altri. Uno specchio inclinato sopra il palcoscenico permette inoltre di contemplare simultaneamente la geografia domestica e moltiplica le possibilità del gioco teatrale.

    Michieletto comprende alla perfezione le affinità tra i meccanismi della farsa ottocentesca e quelli della sitcom televisiva. Il movimento scenico è curato con precisione millimetrica, in particolare attorno al tontolone Germano, vero protagonista dell’allestimento. Quasi vent’anni dopo, lo stesso regista riconosce che non è stato praticamente necessario modificare nulla. Naturalmente, il tempo ha lasciato qualche piccola traccia archeologica in quell’estetica così tipicamente anni Duemila: il rosso stridente dell’appartamento, gli occhiali di Lucilla, il televisore… Di fronte allo storico Ponnelle de L’occasione fa il ladro, Michieletto propone un approccio radicalmente diverso alla farsa rossiniana e, tuttavia, altrettanto valido.

    Buona la prova di Iván López Reynoso, che, curiosamente, proprio a Pesaro fece il suo debutto come direttore con Il viaggio a Reims dell’Accademia Rossiniana. Alla testa dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, ha ottenuto un suono curato e trasparente, attento alle sottigliezze timbriche di una partitura che, sotto la sua apparente leggerezza, nasconde non poche gemme. Sarebbe stato auspicabile un pizzico di brio in più in determinati momenti, certo, ma non tutta la responsabilità può essere attribuita al maestro messicano: parte del cast ha avuto seri problemi nel seguirlo, nonostante la chiarezza del suo gesto. A farne maggiormente le spese è stato il virtuosistico e geniale quartetto “Sì che unito a cara sposa”, uno dei grandi colpi di genio della partitura, rimasto completamente sfigurato dall’accumularsi degli sfasamenti. Originalissime, d’altra parte, le incursioni di Giorgio D’Alonzo al fortepiano durante i recitativi, che riproducevano musicalmente ciascuna delle gag che si susseguivano in scena, trasformando l’accompagnamento in un ulteriore partecipante alla commedia.

    Il cast si è collocato, in linea generale, al di sotto di quanto sia lecito esigere da una piazza della levatura del Rossini Opera Festival. Il dato risulta particolarmente significativo dopo che L’occasione fa il ladro, affidata in prevalenza a voci giovani e meno note, aveva offerto un risultato complessivo assai più soddisfacente. L’inizio di Hasmik Torosyan come Giulia ha fatto temere il peggio, anche se fortunatamente il soprano armeno è andato migliorando con il procedere della rappresentazione. Lo strumento suona oggi eccessivamente maturo per un personaggio di queste caratteristiche e mostra una certa tendenza a spezzarsi, circostanza forse non del tutto estranea al fatto che Torosyan stia affrontando attualmente ruoli di ben altro peso. Dispone, questo sì, delle risorse tecniche necessarie per risolvere la coloratura. Meglio nella difficile aria “Il mio ben sospiro e chiamo”, dove ha trovato un canto più saldo e si è persino avventurata in un sovracuto, sebbene con un risultato non del tutto felice.

    Non ha avuto la sua serata migliore neppure il Dorvil di Alasdair Kent, uno dei principali esponenti di quella scuola tenorile anglofona caratterizzata da strumenti filiformi e da un’emissione tutta spostata indietro, in gola. Poco di positivo si può dire della sua prova vocale, al di là di una considerevole partecipazione scenica che gli va riconosciuta. Il timbro risulta francamente ingrato e lo strumento si assottiglia ulteriormente man mano che sale. Ha sofferto non poco con la selvaggia coloratura di “Vedrò qual sommo incanto”, con la voce che si è spezzata in diverse occasioni, mentre negli insiemi scompariva praticamente del tutto. Davvero questi sono i migliori tenori che il ROF è in grado di offrirci?

    Più soddisfacente Mara Gaudenzi come Lucilla, l’irritante cugina di Giulia, alla quale ha conferito una comicità disinvolta senza trascurare il canto. Ha difeso con eleganza e buon gusto la sua aria di sorbetto, “Sento talor nell’anima”, pagina ispirata per quanto breve che Rossini avrebbe poi riciclato nell’Introduzione de Il turco in Italia, dove gli archi, suonando contemporaneamente sul ponticello e col legno, descrivono in maniera palpabile l’alta temperatura di una Lucilla in piena effervescenza di fronte al corteggiamento del dongiovanni Blansac.

    Il basso-baritono ucraino Iurii Samoilov ha dimostrato che raramente delude. Non molto tempo fa lo abbiamo visto a Madrid in un universo radicalmente diverso, nei panni di Eugenio Onegin, e qui ha prestato a Blansac uno strumento ricco e vigoroso. La prestanza fisica e la disinvoltura scenica hanno fatto il resto nel delineare convincentemente il grossolano conquistatore di turno, anche se, va detto, la quadratura stilistica ammette ancora un certo margine di affinamento. Purtroppo questa ripresa ha rinunciato ad “Alle voci della gloria”, l’aria di baule la cui inclusione fu a suo tempo difesa da Alberto Zedda nonostante non abbia alcun legame, dal punto di vista storico, con La scala di seta.

    Il tenore Enrico Iviglia ha risolto con mestiere la breve ma drammaturgicamente fondamentale parte del tutore Dormont, spremendo al massimo i suoi pochi interventi e prestandosi senza riserve alle esigenze di Michieletto, compreso il divertente momento in cui finisce anche lui per arrampicarsi sulla scala di seta sistemata sul balcone.

    E lasciamo per ultimo Paolo Bordogna. O, più esattamente, Germano, perché è uno di quei personaggi che gli calzano come un guanto. Bordogna lo interpretò già al debutto di questa produzione nel 2009 e vi è tornato nella maggior parte delle successive riprese, fino a farne una creazione praticamente inscindibile dalla sua figura. La caratterizzazione, plasmata a quattro mani con Michieletto, si colloca a metà strada tra Ariel, il domestico filippino interpretato da Marco Marzocca nel programma televisivo Zelig e Mister Bean, sempre accompagnato dal suo inseparabile orsacchiotto di peluche. Naturalmente, il trascorrere del tempo comincia a mostrare qualche cucitura nello strumento; conserva tuttavia intatti il sillabato, gli accenti e una capacità di reazione degna di un grande attore. Ce ne ha offerto una dimostrazione involontaria particolarmente eloquente: rovesciato per errore un contenitore pieno di spazzolini da denti, ha reagito immediatamente dando la colpa del disastro al suo orsacchiotto. In “Amore dolcemente”, una delle pagine più interessanti del primo Rossini, ha inoltre firmato il momento migliore della serata, culminando il proprio intervento con i virtuosistici sillabati di “Quando suona mezzanotte” e ricevendo, come prevedibile, l’ovazione più fragorosa della serata.

    Alla fine, questa Scala di seta ha lasciato una sensazione agrodolce: la partitura ha confermato ancora una volta, nonostante tutto, l’enorme talento del giovane Rossini; la rappresentazione, invece, è stata ben lontana dal renderle giustizia in maniera omogenea. Restano, dunque, il buon lavoro di López Reynoso e, soprattutto, due creazioni teatrali che hanno splendidamente resistito all’inesorabile trascorrere del tempo: la produzione di Michieletto e il Germano di Bordogna. Ci rivediamo nell’agosto del 2027!

  • La segunda farsa de esta atípica edición del Rossini Opera Festival nos devuelve nuevamente al veneciano Teatro San Moisè. La scala di seta se estrenó allí el 9 de mayo de 1812, apenas seis meses antes que L’occasione fa il ladro, recordemos, con La pietra del paragone de por medio. Pocas circunstancias dan mejor cuenta del frenético ritmo de composición al que estuvo sometido el efebo Rossini durante aquel año crucial en su trayectoria y los inmediatamente posteriores. Y, pese a su anterioridad cronológica respecto a L’occasione, La scala presenta, a juicio de quien escribe estas líneas, una partitura de mayor interés, en cuanto a cómo Rossini aprovechó un género en apariencia menor como la farsa en un acto para hacer de él un auténtico laboratorio para la experimentación armónica y tímbrica. Sin embargo, la paradoja de estas dos funciones pesaresas quiso que el disfrute fuese esta vez sensiblemente menor: a una interpretación globalmente desilusionante solo lograron poner remedio la genial puesta en escena de Michieletto y, muy especialmente, un Paolo Bordogna actor en absoluto estado de gracia.

    Pero, antes del plato principal, hay quienes tuvimos la suerte de degustar un magnífico antipasto matutino. El bajo-barítono Simón Orfila clausuraba la serie de los Concerti di Belcanto del festival ante un Teatro Rossini lamentablemente lejos del lleno, demostrando encontrarse en un espléndido momento vocal. Su rotunda voz recorrió la sala con pasmosa facilidad en un variado programa, una suerte de viaje temporal inverso que partía de las canciones catalanas de Obradors, Mompou y Ribas, retrocedía hasta páginas de Macbeth y Don Carlo y terminaba, como no podía ser de otra forma, con el Rossini bufo de “Là del ciel nell’arcano profondo” y “La calunnia”. Particularmente memorable resultó su “Ella giammai m’amò!”, servido con una nobleza y autoridad vocales que convirtió la escena de Filippo II en el punto culminante del recital. De auténtico lujo el acompañamiento del cristalino piano del japonés Naoki Hayashi, que consiguió hacernos olvidar que el célebre solo inicial de esta escena verdiana corresponde en realidad al violonchelo. Hayashi dispuso además de sus propios momentos de lucimiento con dos paráfrasis de Liszt, sobre Le rossignol de Carlos Guastavino y La regata veneziana de Rossini, respectivamente. Como propinas, Orfila regresó a Rossini con “Già d’insolito ardore”, el aria de Mustafà de L’italiana in Algeri, antes de despedirse con una bella canción de su Menorca natal.

    Volviendo a lo que nos ocupa, la producción que Damiano Michieletto creó para el ROF en 2009 constituye la demostración perfecta de que es posible modernizar y actualizar un libreto sin necesidad de echar por tierra las intenciones originales de sus autores. Aquella mítica edición, publicada en DVD con Olga Peretyatko como Giulia y el ya fallecido Claudio Scimone en el podio, inició una trayectoria que ha llevado el montaje por enclaves como Valencia, Lieja, La Scala, Mascate o Zúrich, hasta el punto de que hoy resulta difícil pensar en La scala di seta sin que aparezcan inmediatamente en la memoria las imágenes concebidas por su escenógrafo Paolo Fantin. En lugar de levantar los muros del apartamento de Giulia, el escenario reproduce tridimensionalmente y a escala 1:1 su planta arquitectónica; las divisiones entre las habitaciones están dibujadas en el suelo y, las paredes, no existen. Los personajes, sin embargo, respetan escrupulosamente puertas y tabiques invisibles y simulan no verse aunque se encuentren físicamente a pocos centímetros unos de los otros. Un espejo inclinado sobre el escenario permite además contemplar simultáneamente la geografía doméstica y multiplica las posibilidades del juego teatral.

    Michieletto comprende a la perfección las afinidades entre los mecanismos de la farsa decimonónica y los de la sitcom televisiva. El movimiento escénico está trabajado con una precisión milimétrica, particularmente alrededor del bobalicón Germano, verdadero protagonista del montaje. Casi veinte años después, el propio regista reconoce que apenas ha sido necesario modificar nada. Naturalmente, el tiempo ha dejado sus pequeñas huellas arqueológicas en esa estética tan dosmilera: el chillón rojo del apartamento, las gafas de Lucilla, la televisión… Frente al Ponnelle histórico de L’occasione fa il ladro, Michieletto propone una aproximación radicalmente distinta a la farsa rossiniana y, sin embargo, igualmente válida.

    Buena prueba de Iván López Reynoso, quien, curiosamente, realizó precisamente en Pesaro su debut como director con Il viaggio a Reims de la Accademia Rossiniana. Al frente de la Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, obtuvo un sonido cuidado y transparente, atento a las sutilezas tímbricas de una partitura que bajo su aparente ligereza esconde no pocas gemas. Hubiese sido deseable un punto mayor de brío en determinados momentos, sí, pero no toda la responsabilidad puede achacarse al maestro mexicano: parte del reparto tuvo serios problemas para seguirlo pese a la claridad meridiana de su gesto. El principal damnificado fue el virtuosístico y genial cuarteto “Sì che unito a cara sposa”, uno de los grandes hallazgos de la partitura, que quedó completamente desdibujado por la acumulación de desajustes. Superoriginales fueron, por otra parte, las intervenciones de Giorgio D’Alonzo al fortepiano durante los recitativos, reproduciendo musicalmente cada uno de los gags que iban sucediéndose sobre el escenario y convirtiendo el acompañamiento en un participante más de la comedia.

    El reparto estuvo, en líneas generales, por debajo de lo que cabe exigir a una plaza de la categoría del Rossini Opera Festival. Resulta especialmente llamativo después de que L’occasione fa il ladro, confiada mayoritariamente a voces jóvenes y menos conocidas, hubiese ofrecido un resultado global bastante más satisfactorio. El comienzo de Hasmik Torosyan como Giulia hizo presagiar lo peor, aunque afortunadamente la soprano armenia fue remontando a medida que avanzaba la representación. El instrumento suena hoy excesivamente maduro para un personaje de estas características y muestra cierta tendencia a romperse, circunstancia quizá no del todo ajena al hecho de que Torosyan esté afrontando actualmente papeles de bastante mayor peso. Cuenta, eso sí, con los recursos técnicos necesarios para solventar la coloratura. Mejor estuvo en su difícil aria “Il mio ben sospiro e chiamo”, donde encontró un canto más asentado y llegó incluso a aventurarse con un sobreagudo, aunque con un resultado no del todo afortunado.

    Tampoco tuvo su mejor noche el Dorvil de Alasdair Kent, uno de los principales exponentes de esa escuela tenoril anglófona caracterizados por su instrumento filiforme y una emisión encogotada. Poco positivo puede decirse de su prestación vocal, más allá de reconocerle una considerable implicación escénica. El timbre resulta francamente ingrato y el instrumento se adelgaza todavía más conforme asciende. Sufrió de lo lindo con la salvaje coloratura de “Vedrò qual sommo incanto”, llegando a quebrarse en varias ocasiones, mientras que en los conjuntos desaparecía prácticamente por completo. ¿De verdad estos son los mejores tenores que puede ofrecernos el ROF?

    Más satisfactoria fue Mara Gaudenzi como Lucilla, la irritante prima de Giulia, a la que dotó de una comicidad desenvuelta sin descuidar el canto. Defendió con elegancia y buen estilo su aria di sorbetto, “Sento talor nell’anima”, inspirada aunque breve página que Rossini terminaría reciclando en la Introduzione de Il turco in Italia, donde las cuerdas, tocando simultáneamente sul ponticello y col legno, describen de manera palpable la alta temperatura de una Lucilla en plena efervescencia ante el cortejo del donjuán Blansac.

    El bajo-barítono ucraniano Iurii Samoilov demostró que rara vez defrauda. No hace mucho lo hemos visto en Madrid en un universo radicalmente diferente, encarnando a Eugenio Oneguin, y aquí prestó a Blansac un instrumento rico y vigoroso. Su apostura y desenvoltura escénica hicieron el resto para dibujar convincentemente al chabacano conquistador de turno, aunque, cierto es, la cuadratura estilística admite todavía cierto refinamiento. Lamentablemente, esta reposición prescindió de “Alle voci della gloria”, el aria de baúl cuya incorporación defendió en su día Alberto Zedda pese a no guardar relación alguna, desde un punto de vista histórico, con La scala di seta.

    El tenor Enrico Iviglia resolvió con oficio la breve pero dramatúrgicamente fundamental parte del tutor Dormont, exprimiendo al máximo sus contadas intervenciones y entregándose sin reservas a las exigencias de Michieletto, incluido el gracioso momento en que también él termina trepando por la escalera de seda instalada en el balcón.

    Y dejamos para el final a Paolo Bordogna. O, más exactamente, a Germano, porque es uno de esos personajes que le van como anillo al dedo. Bordogna lo encarnó ya en el estreno de esta producción en 2009 y ha regresado a él en la mayoría de sus reposiciones, hasta convertirlo en una creación prácticamente indisociable de su figura. La caracterización, moldeada mano a mano con Michieletto, se encuentra a medio camino entre Ariel, el criado filipino interpretado por Marco Marzocca en el programa televisivo Zelig –algo así como el Un, dos, tres… italiano, para que nos entendamos– y Mister Bean, siempre acompañado por su inseparable osito de peluche. Naturalmente, el paso del tiempo comienza a dejar algunas costuras en el instrumento; no obstante, conserva intactos el sillabato, los acentos y una capacidad de reacción propia de un gran actor. Nos obsequió con una demostración involuntaria particularmente reveladora: al tirar por accidente un recipiente lleno de cepillos de dientes, reaccionó de inmediato culpando del desastre a su osito. En “Amore dolcemente”, una de las páginas más interesantes del primer Rossini, firmó además el mejor momento de la velada, culminando su intervención con los virtuosos sillabati de “Quando suona mezzanotte” y recibiendo, como era previsible, la mayor ovación de la noche.

    Al final, esta Scala di seta dejó una sensación agridulce: la partitura volvía a confirmar, pese a todo, el enorme talento del joven Rossini; la representación, en cambio, estuvo lejos de hacerle justicia de manera homogénea. Quedan, pues, el buen hacer de López Reynoso y, por encima de todo, dos creaciones teatrales que han sobrevivido espléndidamente al inexorable paso del tiempo: la producción de Michieletto y el Germano de Bordogna. ¡Nos vemos de nuevo en agosto de 2027!

Pesaro, Rossini Opera Festival – 22 agosto 2026

RECITAL SIMÓN ORFILA

Musiche di F. Obradors, F. Mompou, J. Ribas, F. Liszt / C. Guastavino, G. Verdi, F. Liszt / G. Rossini, F. P. Tosti, G. Rossini

SIMÓN ORFILA
Pianoforte NAOKI HAYASHI

LA SCALA DI SETA

Farsa comica in un atto di Giuseppe Maria Foppa

Musica di Gioachino Rossini

Edizione critica della Fondazione Rossini di Pesaro, in collaborazione con Casa Ricordi di Milano, a cura di Anders Wiklund

Produzione 2009, riallestimento

CAST

Dormont ENRICO IVIGLIA
Giulia HASMIK TOROSYAN
Lucilla MARA GAUDENZI
Dorvil ALASDAIR KENT
Blansac IURII SAMOILOV
Germano PAOLO BORDOGNA

ORCHESTRA DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA

Direttore IVÁN LÓPEZ REYNOSO
Regia DAMIANO MICHIELETTO
Scene e costumi PAOLO FANTIN
Luci ALESSANDRO CARLETTI

FOTO

© Ph credit: Amati Bacciardi

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A CURA DI

Mario Varela

COLLABORATORE DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche

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