Una delle immagini della “Traviata del Lago” che più mi resteranno impresse nella memoria è quella dei tre bambini affacciati alla loggia sovrastante la scalinata che faceva da sfondo al terzo atto dell’opera: non si sono mossi e hanno seguito con gli occhi pieni di stupore la musica e l’azione scenica che si svolgeva sotto di loro. Con buona pace di chi si ostina a sostenere che per i bambini l’opera sia noiosa, dimenticando che la curiosità di chi scopre un mondo nuovo non ha genere e non ha etichette.
“Traviata del Lago”: l’ho ribattezzata così, con eco forse un po’ rossiniana (che Verdi mi perdoni!), ma potrebbe chiamarsi anche “Traviata itinerante”, o “Traviata popolare” nel senso più nobile e bello del termine, ovvero di un’opera che si svolge e respira nell’abbraccio del pubblico.
Non capita tutti i giorni, infatti, di lasciarsi versare un bicchiere di bollicine da Alfredo, o di intrecciare un brindisi con Violetta, entrambi non su un palco lontano, bensì a pochi centimetri da noi; così come non è affatto usuale che la scenografia non sia un fondale dipinto, bensì il paesaggio di quieta bellezza dell’isola di San Giulio, con lo sciabordio del lago d’Orta a fare da contraltare alle volute degli archi e agli accenti dei cantanti.
La visione di Gianmaria Aliverta, ideatore, regista e drammaturgo di questa inedita versione di Traviata, non si è però limitata a spostare l’azione dell’opera più amata al mondo in una location all’aperto; per quanto suggestiva, infatti, quest’ultima si sarebbe limitata ad esserne cornice. Aliverta fa un passo in più, guidando letteralmente il pubblico per le vie del paese, muovendolo, e commuovendolo, perfino sull’acqua. Essa, alla luce liquida della luna, si fa specchio delle emozioni provate e veicolo di un trasporto che non è soltanto fisico, ma che predispone all’ascolto attivo, all’attenzione del cambiamento, alla sorpresa di scoprire chi arriva dal silenzio dell’isola, Violetta, e chi invece dal lago, Alfredo, in barca a remi, alla luce delle candele.
Se infatti il primo dei tre atti si è svolto nel cortile delle Scuole elementari, meravigliosamente affacciato su un lago al tramonto, orlato d’oro e di luci riflesse, il secondo è stato previsto nei giardini di Villa Bossi, al Palazzo Comunale, tra glicini e aiuole fiorite; l’affaccio diretto sull’imbarcadero è stato quindi il romanticissimo tramite per spostare pubblico ed artisti, infine, verso il Palazzo dei Vescovi dell’isola di San Giulio, detta anche “isola del silenzio”. Quel silenzio che solitamente rimbalza tra i vicoli di pietra attorno alla Basilica con le spoglie mortali del Santo, e che ha lasciato il posto, per una sera, alle voci dell’opera.
A proposito di voci, esse sono state il fiore all’occhiello di una serata preparata in tutti i dettagli, dai sontuosi costumi di Carlos Tieppo, responsabile dell’atelier del Teatro La Fenice in Venezia, alle flûte consegnate a ciascuno per poter brindare, alla macchina organizzativa ben oliata che ha permesso spostamenti veloci e senza intoppi.
Nel ruolo di Violetta Valéry il soprano ucraino Olga Dyadiv, già apprezzata nel Don Pasquale dell’Opera in cascina di inizio giugno, ha emozionato il pubblico fino alle lacrime, suscitando più volte entusiastici encomi. La sua vocalità da soprano di coloratura, così appropriata per il ruolo donizettiano, non ha però disatteso la sfida, su terreno non del tutto congeniale, della parte di Violetta, cui ha donato accenti di grande pathos, sostenuti da un’emissione piena e ben proiettata e con una notevole eleganza di fraseggio, restituendo un’interpretazione convincente e di grande intensità espressiva che fa dimenticare qualche errore nel testo e nella dizione.
Al suo fianco, l’eccellente Alfredo Germont di Leonardo Cortellazzi, che ha dato prova di una eccellente padronanza dello strumento vocale, in grado di raggiungere agilmente le vette della parte, con un fraseggio attento ed una raffinata plasticità dell’accento, cui il tenore mantovano ha unito, come sempre del resto, una piena sensibilità scenica. Nemmeno un’improvvisa folata di vento, che ha sospinto al largo la barca a remi su cui si trovava, ha impedito che egli facesse da contraltare con grande efficacia a Violetta nel “Follie” del primo atto; una piccola curiosità, il barcaiolo era nientemeno che il Sindaco di Orta San Giulio, Giorgio Angeleri, perfettamente calato nella parte!
Il terzetto delle voci era completato in modo assai pregevole dal baritono venezuelano Gustavo Castillo nel ruolo di Giorgio Germont. Il bellissimo colore della voce, la pienezza dell’emissione – pur con qualche mancanza di controllo negli acuti – l’eleganza dell’interpretazione scenica hanno contribuito in egual misura a delineare un personaggio di solida autorevolezza, ma capace di incrinarsi nei momenti di più autentico abbandono affettivo.
Menzione speciale al quartetto d’archi, che, dopo un’improvvisa indisposizione della viola, ha dovuto reggere eroicamente l’intera trascrizione (firmata da Sirio Scacchetti) adattandola per trio. Alessandro Savinetti (violino I), Alberto Maruzzelli (violino II) e Beatrice Arizza (violoncello) hanno saputo sostenere l’intera impalcatura musicale con padronanza tecnica e sensibilità.
Voce all’Opera firma dunque con questa produzione di successo un nuovo Festival, che, tra le pieghe senza tempo di un meraviglioso lago, non avrebbe potuto trovare migliori Riflessi d’Opera.