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Teatro alla Scala: Carmen

  • Teatro alla Scala Carmen - recensione Opera Mundus - ph Brescia e Amisano

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Dopo oltre un decennio dall’ultima apparizione nel cartellone scaligero, Carmen torna al Piermarini in una nuova produzione che segna anche una tappa significativa nel percorso del Maestro Myung-Whun Chung, ormai prossimo ad assumere l’incarico ufficiale di direttore musicale del teatro dalla Stagione 26/27. Un ritorno atteso che trova il proprio baricentro nella dimensione musicale, capace di imporsi con tale forza da incarnare senza ombra di dubbio il motore indiscusso dell’intera serata.

Chung firma una concertazione avvolgente, costruita su un controllo assoluto del respiro teatrale e su una naturalezza narrativa che rende ogni episodio conseguenza inevitabile del precedente. L’Orchestra del Teatro alla Scala risponde con una compattezza sonora straordinaria, alternando corpose sonorità sinfoniche a improvvisi alleggerimenti quasi cameristici senza mai perdere equilibrio. Ogni dettaglio emerge con nitidezza: le tensioni ritmiche, la ricchezza dei colori orchestrali, le improvvise sospensioni liriche e gli slanci drammatici convivono in un flusso musicale continuo, sempre governato con lucidità.

Il Maestro non ricerca effetti spettacolari né facili esasperazioni, ma lascia che la sensualità della scrittura di Bizet emerga naturalmente, elegante ma profondamente carnale, permeata da un pathos continuo che coinvolge senza mai scadere in alcuna enfasi chiassosa. Al solito, la sua è una lettura di raffinata compostezza, capace di coniugare disciplina, trasporto emotivo e profondissimo senso del teatro. Alla luce di tutto ciò, inutile ribadire quanto il prestigioso nome di Myun-Whun Chung ci dia grandi speranze come naturale successione all’eccellente mandato di Riccardo Chailly.

Nel ruolo della protagonista Stéphanie d’Oustrac conferma tutta la familiarità con il repertorio francese maturata nel corso della sua carriera. Qualche segnale di incertezza nella prima parte della recita non compromette una prova di notevole intelligenza musicale, sostenuta da un fraseggio ricco di sfumature e dall’incisività nella scelta di ogni accento. La sua Carmen privilegia una sensualità molto esplicita, quasi ostentata, più gratuitamente provocante che realmente magnetica. Non si esclude tuttavia che sia dovuto a un preciso mandato registico, più che a una personale intenzione interpretativa.

Più anonimo il Don José di Matthew Polenzani. La solidità tecnica e la notevole esperienza rimangono evidenti, ma il personaggio fatica a sviluppare quella progressiva tensione interiore che alimenta la tragedia. Corretta la linea di canto, meno convincente il coinvolgimento drammatico.

La vera rivelazione della compagnia è invece la Micaëla del soprano slovacco Slávka Zámečníková. La regia la imprigiona in uno stereotipo quasi caricaturale (la giovane donna devota “casa e chiesa”, grandi occhiali, capelli raccolti e abiti dimessi) insistendo troppo banalmente sul contrasto con la figura di Carmen. Al netto della caratterizzazione che tende ad appiattire un ruolo più complesso di come sovente viene rappresentato, sul piano vocale e interpretativo il soprano svetta nettamente sul resto del cast. Il timbro è luminosissimo e cristallino, l’emissione sempre pulita, il fraseggio elegante e la musicalità esemplare. La sua “Je dis que rien ne m’épouvante”, pagina troppo spesso relegata a semplice parentesi lirica, diventa qui uno dei vertici assoluti della serata, coniugando delicatezza, straordinaria forza interiore e autentica nobiltà espressiva.

Fuori fuoco l’Escamillo di Andrii Kymach, che dispone certamente di mezzi vocali importanti ma fatica a tradurli nel carisma teatrale auspicabilmente evocato dal personaggio. Il celebre torero appare sorprendentemente statico, privo di quella naturale sicurezza e di quel fuoco scenico che dovrebbero renderlo magnetico e irresistibile agli occhi di Carmen e del pubblico. Anche vocalmente affiorano alcune durezze e sporadiche imprecisioni che limitano l’incisività della prova.

Ben assortito l’intero reparto dei comprimari, efficaci nel dare compattezza alla compagnia, così come l’ottimo Coro del Teatro alla Scala preparato da Alberto Malazzi, protagonista di una prova solida, omogenea e sempre partecipe nei grandi quadri collettivi.

Anche l’allestimento convince nel suo insieme, sebbene sia proprio nelle rinunce (più che nelle affermazioni) a trovare il suo punto di forza. Chi conosce il teatro di Damiano Michieletto probabilmente non si aspetta ad oggi un approccio di questo tipo. La sua cifra registica è notoriamente riconoscibile per la tendenza a sovrapporre all’opera fantasiose letture concettuali egoriferite, spesso alla ricerca di scalpori gratuiti, nel continuo rimando di parallelismi e chiavi interpretative che finiscono inevitabilmente per attirare l’attenzione su se stesse innescando al solito una serie di accesi dibattiti e noiose tifoserie da loggione. In questa produzione, Michieletto sembra invece scegliere consapevolmente una strada diversa e insolitamente misurata. Rimane la consueta trasposizione contemporanea tra i suggestivi neon del night club e le austere strutture in cemento, ma si mette al servizio del dramma anziché pretendere di ridefinirlo. È quasi un inedito esercizio di sottrazione che, paradossalmente, valorizza maggiormente la sua stessa firma, con buona pace dei suoi più accaniti sostenitori che questa volta saranno rimasti delusi. Anche una regia fortemente riconoscibile che si discosta dalla pura tradizione può risultare tanto più convincente quanto più sceglie di accompagnare un capolavoro, anziché contendergli il protagonismo.

Le scene essenziali di Paolo Fantin e i costumi di Carla Teti costruiscono un universo contemporaneo asciutto, quasi sospeso nel tempo, mentre il lavoro drammaturgico di Elisa Zaninotto accompagna con discrezione il filo simbolico della vicenda. Anche la figura ricorrente della madre di Don José, fantasma e insieme incarnazione del Fato, insiste senza diventare realmente invasiva, limitandosi a sottolineare con coerenza il tema del destino che incombe, così fortemente presente nel dramma. Da segnalare anche le luci particolarmente suggestive di Alessandro Carletti, in particolare nel quadro conclusivo: l’accecante pannello luminoso che investe Carmen e Don José in una fredda tonalità giallo-verde acido sublima gelosia, violenza e impulso cieco in una potente immagine teatrale, accendendo letteralmente i riflettori sul consumarsi inevitabile della tragedia.

Il caloroso tributo del pubblico accompagna il calare del sipario, suggellando il successo di una Carmen che convince senza bisogno di effetti ridondanti, in un’eccellente sinergia musicale e scenica.

Carmen – 18 giugno 2026 – Teatro alla Scala

Opéra-comique in 4 atti

Musica di Georges Bizet

Libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy da Prosper Mérimée

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala diretto da Brunella Clerici

Nuova Produzione Teatro alla Scala
Co-produzione con The Royal Opera, Covent Garden, London, Teatro Real, Madrid

CAST

Don José Matthew Polenzani

Escamillo Andrii Kymach

Le Dancaïre Pierre Doyen

Le Remendado Loïc Félix

Moralès Simone Del Savio

Zuniga Xhieldo Hyseni

Carmen Stéphanie d’Oustrac

Micaëla Slávka Zámečníková

Frasquita Sarah Dufresne

Mercédès Marine Chagnon

 

Direttore MYUNG-WHUN CHUNG

Regia DAMIANO MICHIELETTO

Scene PAOLO FANTIN

Costumi CARLA TETI

Luci ALESSANDRO CARLETTI

Drammaturgia ELISA ZANINOTTO

FOTO
© Ph credit: Brescia e Amisano
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A CURA DI

Camilla Simoncini

COLLABORATORE DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche

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