La pièce teatrale di Victorien Sardou La Tosca fece il suo debutto a Parigi nel 1887 e rimase a lungo in cartellone al Théatre del la Porte-Saint-Martin per l’acclamata presenza della primadonna assoluta Sarah Bernhardt. Come poter mancare una rappresentazione della diva Bernhardt che interpretava il ruolo della diva Tosca? E infatti Giacomo Puccini, nella tournée italiana del 1889, s’affrettò alla tanto decantata performance dell’attrice al Teatro dei Filodrammatici di Milano e ne rimase molto colpito. C’era una scansione temporale incalzante, molto adatta ai ritmi del metronomo: una ventina d’ore fitte d’avvenimenti segnati dal dispaccio della vittoria napoleonica di Marengo, quindi dalla giornata del 14 giugno 1800, con la fuga di Angelotti da Castel Sant’Angelo fino alle prime luci dell’alba del giorno dopo con la fucilazione di Cavaradossi, con gli intervalli fra gli atti a segnare precise ellissi temporali adatte a stringere interpreti e pubblico in un “che succederà?” di grande impatto drammaturgico… Possiamo inoltre immaginare l’accesa partecipazione di Puccini nei terribili momenti in cui Tosca viene brutalizzata da Scarpia, con battute del genere (…) Que tu sois à moi avec rage et douleur! (…) Ton corps révolté frémir de son abandon forcé à mes détestables caresses, et de toute ta chair, esclave de la mienne! (…) Tout cela fouette mes désirs et ne les rend que plus avides de toi! [(…) Che tu sia mia con rabbia e dolore! (…) Il tuo corpo ribelle tremante per il tuo forzato arrendersi alle mie schifate carezze, e tutta la tua carne schiava della mia! (…) Tutto questo è alimento ai miei desideri e li rende ancora più affamati di te!], peraltro con un bel finale d’inattesa quanto dolorosissima agnizione della morte dell’amato Mario e conseguente volo suicida dalla terrazza di Castel Sant’Angelo. Il compositore si rivolse subito all’editore Giulio Ricordi per interessarsi ai diritti d’autore della piéce teatrale e avere l’autorizzazione da Sardou a poterla musicare. Solo alla fine del 1893 l’editore riuscì nell’intento, anche se a favore di Alberto Franchetti che da un anno furoreggiava su molti palcoscenici con l’opera Cristoforo Colombo, libretto trionfalistico di Luigi Illica per i festeggiamenti del quarto centenario della scoperta dell’America. Ma dopo pochi mesi Franchetti rinunciò e Ricordi diede subito l’incarico a Puccini che iniziò il lavoro nella tarda primavera del 1896, dopo che la sua Bohème aveva avuto un successo straordinario. Luigi Illica aveva già da tempo preparato il bozzetto dell’opera e a loro s’aggiunse Giuseppe Giacosa, anche se non fu mai molto convinto del soggetto: era dell’idea che l’unica ragione dei trionfi internazionali dello spettacolo teatrale La Tosca fosse soltanto dovuto alla carismatica presenza di Sarah Bernhardt. La composizione fu molto laboriosa e il debutto di Tosca avvenne al Teatro Costanzi di Roma il 14 giugno 1900: il soprano Hariclea Daeclée fu scelta come interprete del ruolo protagonistico; Emilio De Marchi, Cavaradossi; Eugenio Giraldoni, Scarpia. Con un consenso unanime di pubblico e, in poco tempo, quarantatré riprese in teatri italiani ed esteri, anche se la critica in generale fu molto fredda, con commenti che spesso sottolineavano un senso di disorientamento musicale.
Al Carlo Felice di Genova è stato messo in scena il primo allestimento del 1900, nella recente e alquanto celebrata riproposizione storica proveniente dal Teatro dell’Opera di Roma. Le scenografie sono tratte dai bozzetti di Adolf Hohenstein, il direttore artistico delle Officine Grafiche Ricordi, che aveva lavorato a stretto contatto con Puccini e con lo stesso editore Ricordi per riuscire a dare all’opera un’impronta visiva che potesse rimanere ben impressa nella memoria degli spettatori. La ricostruzione delle scene è stata curata da Carlo Savi, con l’ambientazione del primo atto che riproduce l’interno della chiesa di Sant’Andrea della Valle ripreso in diagonale dai colonnati delle navate, con grande effetto di lunghezza prospettica che illusoriamente allunga di molto la profondità delle quinte del teatro. Nel secondo atto, l’ampio salone di Palazzo Farnese che fa da ufficio di rappresentanza di Scarpia restituisce con garbo gli affreschi parietali e sul soffitto in colori pastello color crema e azzurro. Sulla terrazza di Castel Sant’Angelo nel terzo atto spicca il lontano profilo della basilica di San Pietro alla luce dell’alba grazie alla cura delle luci di Vinicio Cheli. Anche i costumi riprodotti con cura costumi da Anna Biagiotti dai bozzetti di Hohenstein, al di là della fattura d’abiti neoclassici, hanno saputo rivelare il gusto decorativo Liberty che imperava a inizio Novecento. In tanta filologica rievocazione dell’atteso debutto di Tosca il 14 giugno 1900 al Teatro dell’Opera di Roma, non si può che apprezzare il lavoro del regista Alessandro Talevi sui movimenti e sulla mimica gestuale dei protagonista, e i movimenti del coro.
Una cosa che sempre stupisce in Puccini è la sua straordinaria capacità di restituire musicalmente la complessità degli spazi ambientali, meglio dire il preciso genius loci d’un certo ambiente, dove si svolgono le vicende. Non soltanto nell’uso molto approfondito delle sonorità d’oriente per Madama Butterfly o Turandot, ma anche in molti passaggi rievocativi d’una certa vita di strada del Quartiere latino bohémien o nella sospensione incantata d’un rosso tramonto di settembre su un attracco di barconi del più remoto lungo-Senna. In questa Tosca, il direttore Giuseppe Finzi risolve in modo apprezzabile tutte le mille sfumature sonore della Roma papalina d’inizio Ottocento mettendo in evidenza i connotati musicali d’ambiente che non sono semplici sfondi funzionali allo sviluppo drammaturgico, peraltro in un’opera dove la scansione temporale avviene dal primo pomeriggio all’alba, ma contribuiscono piuttosto a condizionare ogni possibilità di scelta e decisione dei tre protagonisti. L’aspetto politico della vicenda mette infatti in luce una Roma caput mundi della Cristianità, trasfigurata però nel Male che Scarpia riesce molto bene a mettere in atto. Nella conduzione orchestrale emerge infatti che il suo Te Deum non è certo una semplice citazione liturgica per il momento solistico del villain di turno ma la sapiente conclusione d’una raffinatissima quanto sontuosa scatola sonora che definisce attraverso la musica la precisa spazialità della chiesa di Sant’Andrea della Valle: dall’ingresso del fuggiasco Angelotti con l’Andante molto sostenuto in fff che genera da subito un senso d’inquietudine in chi ascolta fino a quel ricercato ed erotico sadismo, tutto peccato ed espiazione, del Va’ Tosca! / Nel tuo cuor s’annida Scarpia con quell’ostinato di campane e il dispiegarsi d’un canto corale che al tempo di Puccini si poteva ancora ascoltare nelle chiese romane, così sapientemente intriso di graduale gregoriano. Un’ottima esecuzione, grazie anche a Claudio Marino Moretti, maestro del coro genovese e Gino Tanasino che ha istruito le voci bianche. Finzi evidenzia anche il dentro/fuori del salone-ufficio di rappresentanza di Scarpia nel secondo atto: non è un’eco lontana la musica dai saloni del palazzo dove la Regina dà una gran festa in onore del Generale Michael von Melas che proprio in quei frangenti sta combattendo la Grande Armée napoleonica a Marengo. Bene in rilievo quindi dove strimpellan gavotte rispetto alla quiete malefica della stanza di Scarpia; viene poi introdotto a forza Mario Cavaradossi e si sente in primo piano il canto suadente di Floria Tosca proveniente dal piano sottostante. Puccini trasforma lo spazio scenico in un poderoso contenitore sonoro: s’ascolta la voce della Diva ignara di ciò che di tragico sta accadendo poco lontano A te / quest’inno di gloria voli a te e al contempo le voci i due uomini che si sfidano, la protervia del Potere e l’eroismo di chi sa che deve resistere a un sopruso. La parte più riuscita della direzione di Finzi è l’ultimo atto, altro spazio sonoro di pura musica pucciniana che da solo “mette in scena”: l’albeggiare su Roma dal terrazzamento di Castel Sant’Angelo. Ecco tutta una corrispondenza fra campane che vogliono rievocare le mille chiese di Roma, campanacci delle greggi che ancora un secolo fa attraversavano la città e il dolce stornello del piccolo pastore. Poi, la melodia d’amore e disperazione che anticipa l’ingresso di Mario, in un abbandono musicale che non cade nei facili languori dell’orecchiabilità fino al concitato colloquio fra i due amanti in un’illusione di salvezza e alla tragica conclusione dell’opera.
Carmen Giannattasio era Tosca e non si può che ribadire come il soprano si stia sempre più rivelando un’interprete pucciniana d’eccezione. La sua voce è dotata di un’ottima tecnica che le permette di svettare con sicurezza nel registro acuto e sovracuto, possiede un bel timbro morbido, omogeneità di suono e una ragguardevole potenza vocale. Ottima presenza scenica nell’impersonare una primadonna assoluta come Tosca, abituata ad essere al centro dell’attenzione sia sul palcoscenico che nella vita: un forte carattere magnetico che oscilla tra passionalità divorante e profonda devozione religiosa, accecata dalla più possessiva delle gelosie ma anche vittima predestinata e vulnerabile delle concupiscenti mire di Scarpia. L’attesa da tutto il pubblico e molto applaudita Vissi d’arte è stata interpretata con grande trasporto e con intensi momenti nella scolpitura delle parole e degli accenti: tante sfumature nel delineare il personaggio di Tosca.
Mario Cavaradossi era Giorgio Berrugi, appassionato e audace fino alla temerarietà come esige il ruolo, che ben conosce avendolo già più volte cantato. Il primo atto è stato tutto in salita perché, se la voce ha mostrato un rimarchevole registro centrale, quando saliva in acuto sembrava perdere omogeneità di suono e lo squillo era alquanto opacizzato. Dotato di un’eccellente musicalità, affinata anche come valente clarinettista, nel terzo atto c’è parso in netta ripresa soprattutto dal punto di vista interpretativo. È infatti nell’ultimo incontro con Tosca che viene espresso al massimo in un intenso fraseggio tutto l’ardore e la passionalità che nel duetto del primo atto pareva continuamente smorzarsi.
Il baritono statunitense Lucas Meachem, al debutto nel temibilissimo ruolo di Scarpia, ha dimostrando una straordinaria sicurezza interpretativa che ne conferma la statura di cantante d’alto rango: anche se canta di solito tra il MET di New York è il Covent Garden di Londra, siamo riusciti ad ascoltarlo lo scorso anno anche da noi come protagonista Guglielmo da Baskerville ne Il Nome della Rosa di Francesco Filidei alla Scala. Assunto giocoforza il Te Deum come prova principe delle capacità vocali e interpretative di un qualunque baritono (in altre parole: dell’incisività e dell’autorevolezza del suo stare in palcoscenico), in realtà è nel monologo Tosca è un buon falco, soprattutto dall’Andante un po’ agitato Ha più forte sapore la conquista violenta / che il mellifluo consenso che è possibile mettere a fuoco il reale valore d’un cantante. Meachem se la cava benissimo in entrambi i suoi due atti perché è dotato di un bel timbro scuro che modula bene in uno spettro umorale che va dal distaccato disprezzo all’aggressivo trasporto lascivo, un’emissione sicura e facile in acuto, una buona dizione. In più è una figura slanciata, di statura decisamente alta e sa sempre mostrare quella forza di carattere, pur malvagio, che non può mancare al personaggio.
Una prestazione vocale e scenica meritevole per l’Angelotti di Luca Tittoto e per il Sagrestano di Fabio Maria Capitanucci, che ha fortunatamente interpretato il ruolo con giusta sobrietà, senza i soliti vezzi comici da buffo comprimario. Una buona prova per lo Spoletta di Manuel Pierattelli e per il Pastorello in fuoricampo di Angelica Battarino, come per lo Sciarrone di Franco Cerri il carceriere di Loris Purpura.