Con uno tra i titoli più celebri e al contempo ambigui del repertorio verdiano, il Teatro Coccia di Novara propone La Traviata per aprire la sua nuova Stagione Lirica, affidandone la regia a Giorgio Pasotti, volto noto al cinema e in TV, qui al suo debutto lirico. La sua è lettura rispettosa e sottile, che riflette sul rapporto tra vita e arte rinunciando al gesto per affidarsi interamente all’immagine: un equilibrio sottile tra presenza e astrazione.
È subito di forte impatto il prologo della messinscena – con campane a morto e un feretro nero, sotto una pioggia battente dorata proiettata sul tulle in proscenio – chiaro omaggio e citazione della celebre intuizione zeffirelliana risalente al 1983, che nell’introduzione ci fa crudamente assistere al funerale della giovane protagonista, sigillo di un destino segnato.
Sin dai primi brindisi a casa di Violetta si manifesta il cuore pulsante dell’allestimento: la fa da padrone l’apparato visivo concepito da Luca Attili, che trasforma la scena in un tessuto narrativo stratificato, fondato su un minuzioso studio del motion design. Le videoproiezioni, evocative e solo raramente didascaliche, dialogano con la partitura tra riferimenti pittorici, ambientazioni suggestive e rimandi metaforici (pensiamo ad esempio al volo di uccelli proiettato sulla volta della sala – escamotage immersivo e originale – con un’apertura al cielo che traduce la morte di Violetta in simbolo di liberazione e purificazione).
Nel primo atto dominano le atmosfere da cabaret parigino: luci vibranti, cortigiane in movimento e opere di Toulouse-Lautrec proiettate evocano atmosfere da Moulin Rouge e la torbida lucentezza della Parigi bohémien, non solo con quadri celebri ma anche una folta selezione di disegni e schizzi scelti con la minuzia curatoriale di una mostra monografica. L’arte diventa maschera e rifugio, estetizzazione del dolore, forma di anestesia esistenziale per una Violetta che danza tra desiderio e illusione. Il secondo atto, ambientato nella tenuta in campagna, si fa invece più naturalistico: le stagioni scorrono su felci che ingialliscono e rami che si spogliano, traduzione semplice ma efficace del tempo che passa e della morte che incombe.
Il vertice espressivo si raggiunge nel terzo e ultimo atto, quando il palcoscenico si trasforma in quadro vivente tra proiezioni di candele tremolanti, a ricreare non una casa spoglia ma una sorta di monumento funebre. Sulle note di “Parigi, o cara”, Violetta e Alfredo si stringono riproducendo la posa del celeberrimo Bacio di Klimt, proiettato alle loro spalle come luminoso simbolo dell’amore redento. Ma l’immagine dorata si dissolve lentamente, lasciando spazio alla tela meno nota e ben più cruda di Egon Schiele, La morte e la fanciulla. Il passaggio è folgorante: abbiamo la medesima impostazione compositiva – l’abbraccio, la verticalità, la chiusura del gesto – ma una tensione narrativa completamente ribaltata. Dove Klimt sublima l’abbandono nell’oro e nell’estasi, Schiele lo incarna nella decadenza, nella materia viva che si sfibra. La fanciulla si riversa su una figura dal volto scavato (autoritratto dello stesso artista), che non la abbraccia ma la trattiene a sé con disperata inerzia. Il suo sguardo, perso nel vuoto, è lo sguardo di chi sta perdendo – o ha appena perso – l’essenziale. Tra i due non c’è più complicità, ma una distanza irrisolta che li tiene uniti. L’addio si cristallizza nel gesto immobile, in un’intimità svuotata che anticipa la fine.
Schiele non racconta, svela. La sua è una poetica della carne che rifiuta ogni idealizzazione: i corpi sono fragili, spesso contorti, protesi, disarticolati. Il desiderio si intreccia alla sofferenza, la bellezza al disfacimento. In questo senso, La morte e la fanciulla non è solo una citazione d’effetto, ma una chiave interpretativa: riporta il discorso sull’effimero, sulla malattia, sull’eros e l’esistenza che si affievoliscono fino a spegnersi. Traviata è un’opera intrisa di spiritualità (i temi della religione, Dio, il Tempio, la preghiera, ricorrono ossessivamente), ma qui abbiamo l’occasione di ricordare che Traviata è anche e soprattutto un’opera che parla di carne e di corpo – il corpo che ama, il corpo che mente, il corpo che muore – e Schiele, con la sua crudezza pietosa, è la scelta perfetta per fornire una sintesi d’immagine straziante e potentissima di tutto questo.
Molto meno ispirata la precedente Scena della Lettera: due lancette si staccano da un orologio inceppato esattamente sul grido “È tardi”, con un effetto fastidiosamente didascalico; a seguire una macchia scura si spande sulle note dell’“Addio del passato”, con un richiamo all’inchiostro e al sangue – simbolo della tisi che avanza – con un’animazione poco fluida e non al livello di tutte le altre. Un inciampo isolato, che tuttavia non scalfisce la forza complessiva di un impianto visivo sorprendente per densità evocativa e attinenza drammaturgica, nella sua semplicità infrastrutturale.
È assai funzionale in tal senso l’impianto scenico fisso ideata da Italo Grassi: spoglia, simmetrica, simile a un monumento funebre, pensata come pura superficie di proiezione. I costumi di Anna Biagiotti, sobri e d’epoca, accompagnano con misura senza interferire con la composizione visiva.
Alessandro Cadario firma una direzione solida e rigorosa, con gesto chiaro e ben strutturato, seppur non brilli particolarmente per personalità. L’Orchestra Antonio Vivaldi lo segue con impegno, ma non senza difficoltà: alcuni scollamenti tra le sezioni, timbri spesso opachi e una certa tendenza a sovrastare le voci nei momenti più lirici ne limitano la resa complessiva.
Se, come si dice spesso, per cantare Violetta occorrono tre soprani in uno (leggero, lirico, drammatico), troviamo in Alexandra Grigoraș un ottimo modello di questa trasversalità vocale. Al suo ingresso – inizialmente incerto e con qualche incomprensione tra palco e buca – sorprende per la vocalità ampia e pastosa, ai limiti del mezzosopranile, che fa temere per le agilità richieste dal primo atto. Ma ecco già nel duetto iniziale la smentita: freschezza negli abbellimenti, pulizia delle puntature, un “Sempre libera” che combina acuti penetranti a un controllo tecnico notevole, culminando in un Mi bemolle finale di debordante volume e impatto sonoro. Se timbricamente qualche inflessione metallica si affaccia in particolare nelle zone più acute della tessitura, sonorità più calde e brunite trovano miglior espressione nel secondo e nel terzo atto, dispiegandosi nel registro centrale con avvolgente drammaticità. Il soprano rumeno scolpisce una Violetta tridimensionale, intensa e partecipe, tecnicamente sicura e musicalmente consapevole.
Più opaca la prova di Carlo Raffaelli, al suo fianco nei panni di un Alfredo elegante e composto, ma probabilmente ancora acerbo per una piena e convincente resa del ruolo. La voce non manca, è di buon timbro e duttile nella musicalità, ma l’emissione spesso risulta leggera, con molta aria tra le corde e poca sostanza a livello di volume, con l’immediata conseguenza di finire sovente sovrastata dall’orchestra. Il personaggio risulta comunque coerente e dignitosamente tratteggiato, ma certamente meno a fuoco degli altri protagonisti.
Impietoso il confronto in tal senso con la solidità e l’esperienza di Marcello Rosiello nei panni di Giorgio Germont, a riconfermarsi artista maturo e completo. Il suo timbro avvolgente e ben proiettato, accompagnato a una linea di canto modulata nel dettaglio in ogni minima sfumatura, scolpisce un padre autorevole ma tutt’altro che monolitico (un rischio che pochi colleghi sanno arginare in questo ruolo). Preziosissime in particolare le mezzevoci, quasi sussurrate, che si fanno espressione di un’interiorità sofferta in grado di riaffiorare sotto la scorza borghese. Tra varietà di accenti e fraseggio cesellato con estrema cura, il baritono barese costruisce un Germont umano, penetrante, capace di toccare nel profondo senza eccessiva retorica. Tra i vertici interpretativi della serata ricordiamo lo scambio con Violetta nel secondo atto, in un perpetuo distendersi e avvolgersi della tensione drammatica tra i due artisti.
Corretti nel complesso tutti i comprimari, con una menzione speciale per Simone Fenotti (squillante e baldanzoso Gastone) e per Martina Malavolti, una Annina cantata con candida freschezza. Meno convincente la Flora di Mariateresa Federico, poco in bolla nei suoi interventi e piuttosto imprecisa nell’emissione.
Puntuale il coro Schola Cantorum San Gregorio Magno, incisivo e ben preparato da Alberto Sala, con momenti d’assieme di buona intensità (su tutti il complesso concertato “Alfredo, Alfredo di questo core”).
Applausi convinti al termine, con ripetute chiamate alla ribalta per tutti i protagonisti. Successo meritato per una Traviata misurata ma d’impatto, capace di lasciare il segno con una visione coerente, raffinata e profondamente teatrale nella sua semplicità.