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Teatro Real di Madrid: I Lombardi alla prima crociata

  • Teatro Real di Madrid I Lombardi alla prima crociata - recnesione Opera Munuds - ph Javier Del Real

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ORIGINALE

  • Dopo l’Attila da concerto scialbo e dimenticabile presentato lo scorso maggio, il Teatro Real chiude la stagione con un altro titolo dei cosiddetti “anni di galera” di Giuseppe Verdi, I Lombardi alla prima crociata, sua quarta opera, presentata al Teatro alla Scala di Milano nel 1843 dopo il grande successo riscosso da Nabucco, e successivamente rielaborata come grand opéra sotto il titolo di Jérusalem (1847).

    Opera diseguale I Lombardi, sì, ma anche affascinante nella sua libertà strutturale, traboccante di cori, fervore patriottico, lirismo incandescente e tutta l’energia drammatica che il giovane Verdi, appena uscito dall’ambiente bandistico di Busseto, seppe canalizzare come nessun altro. Sebbene il debole libretto di Temistocle Solera sembri il principale ostacolo alla diffusione di quest’opera nei circuiti abituali, ogni suo ritorno, anche in forma di concerto, garantisce momenti di altissimo voltaggio. Così è stato il 9 luglio, seconda e ultima recita del titolo, grazie a una lettura di altissimo livello da parte di tutti i coinvolti, una concertazione vibrante e analitica, e una protagonista inattesa che ci ha lasciati incollati al posto.

    Già che si parla di voltaggio, impossibile non iniziare dalla bacchetta di Daniel Oren, che ha dimostrato, nella miglior esecuzione cui chi scrive queste righe l’abbia mai visto, il suo totale dominio dello stile verdiano e la capacità di contagiare entusiasmo (non sono mancati i suoi istrionici salti, gesti plateali e grugniti, marchio di fabbrica) sia all’orchestra che al coro. Di fronte alla direzione anodina e dai tempi disperatamente languidi – sottomessa ai capricci della diva Sierra – che Henrik Nánási sta offrendo nelle attuali recite di La Traviata, il maestro israeliano ha firmato una lettura verdiana a tutto tondo, piena di tempi vertiginosi e nerbo (a titolo d’esempio, il frammento strumentale dopo l’inno di guerra del quarto atto), ma anche di riflessione; un amalgama di attenzione al canto e senso teatrale e del fraseggio che si è tradotto in un vero balsamo per le orecchie. L’orchestra titolare del teatro ha risposto con enorme dedizione, firmando una delle sue migliori interpretazioni recenti. Menzione speciale alla concertino Gergana Gergova, che ha ricamato il suo impegnativo solo del terzo atto – un “miniconcerto” per violino a tutti gli effetti – con grande lirismo ed espressività, raccogliendo una meritata ovazione.

    Un importante protagonista di quest’opera infrequente è, senza dubbio, il coro, e il Coro Intermezzo, preparato da José Luis Basso, ci ha regalato una delle sue serate più gloriose della stagione. In un’opera in cui intervengono costantemente, come coro della tragedia greca, hanno sempre cantato con sonorità e l’impasto che li contraddistingue. Non è mancata la potenza nelle cabalette e nei finali, né le sfumature, l’intenzione espressiva e la delicatezza, brillando soprattutto nell’eterea scena della visione che apre il quarto atto (controllati al millimetro da un Oren ossessionato dai contrasti dinamici e dal portare il suono al sussurro) e in “O Signore, dal tetto natio”, pagina corale abitualmente paragonata al celeberrimo “Va, pensiero” di Nabucco, in cui spicca la graziosa linea melodica affidata da Verdi al flauto. Altri momenti di grande bellezza sono venuti dalla sezione femminile del coro, ad esempio nel coro delle claustrali con organo “A te nell’ora infausta” o nel coro dell’harem “La bella straniera”. Meritatissima, dunque, la calorosa ovazione ricevuta dal coro e dal maestro nei saluti finali.

    In origine, il ruolo di Giselda avrebbe dovuto essere interpretato dal soprano Anna Pirozzi. Tuttavia, appena una settimana prima del debutto, il suo nome è scomparso dal cartellone senza alcun annuncio da parte del teatro. E dove si trovava la signora Pirozzi il 9 luglio, giorno della seconda recita? A cantare Santuzza in Cavalleria rusticana alla Bayerische Staatsoper di Monaco. Che questo cambio sia frutto di un accordo tra il teatro madrileno e l’artista o di un disguido, resta inaccettabile l’assenza di una minima spiegazione ufficiale. Non solo per rispetto dello spettatore informato, ma per rispetto del pubblico in generale, che ha diritto di sapere perché colei che figurava in testa al cast fino a pochi giorni prima è sparita senza lasciare traccia. Che il Teatro Real finga di non vedere – cosa peraltro non nuova – è, semplicemente, una vergogna.

    Fortunatamente, il ruolo di Giselda ha avuto una sostituta di lusso nella giovane soprano Lidia Fridman, che si è trasformata nell’eroina inattesa della serata. La russa, dotata di un materiale scuro, quasi da mezzosoprano, di grande particolarità timbrica, molto carnoso, ampio e di proiezione travolgente, ha affrontato il diabolico ruolo – concepito da Verdi per Erminia Frezzolini, e che resta in scena per quasi tutta l’opera – con encomiabile sangue freddo, dedizione e coinvolgimento scenico, tanto da far fatica a credere al minimo tempo a disposizione per assimilare la parte. La sua grande scena del secondo atto “Oh madre, dal cielo soccorri al mio pianto – No! giusta causa non è d’Iddio” è stata risolta con grande audacia, mostrando autorevolezza vocale e controllo tecnico nei tremendi salti intervallari della pagina, oltre a buon gusto nel fraseggio. È stata però la sua visione “Oh! di sembianze eteree” (e la successiva cabaletta “Non fu sogno!”) il culmine della sua performance, così espressiva da farci dimenticare per un momento l’assenza della messa in scena. Il pubblico l’ha applaudita come si deve a ogni giovane artista che si lancia nell’abisso con tale miscela di coraggio e professionalità. La sua carriera ha, senza dubbio, una proiezione più che promettente.

    Quanto al tenore Francesco Meli, ha offerto un Oronte corretto. Sebbene la sua voce corra bene in sala e la linea di canto mostri una chiara italianità, come spesso accade, vi sono momenti in cui si percepiscono chiari segni di fragilità e tensione, come nel caso di “La mia letizia infondere”, dove è stato persino costretto a tossicchiare discretamente. Ciononostante, Meli ha mostrato un netto miglioramento nella seconda parte dello spettacolo, firmando un commovente duetto “O belle, a questa misera” accanto a Fridman. Convincenti anche il suo intervento nel terzetto finale del terzo atto, “Qual voluttà trascorrere”, e nella sua aria finale “In cielo benedetto”. Dall’altro lato, il tenore peruviano Iván Ayón Rivas, anche Alfredo nel secondo cast di La Traviata attualmente in scena, ha firmato, nel ruolo di Arvino, padre di Giselda, un’interpretazione brillante. Il suo timbro tenorile scuro, una proiezione potente e la sicurezza negli acuti lo hanno posto come l’altro trionfatore della serata insieme a Fridman. Il suo intervento nell’aria del terzo atto “Qual nuova?”, concluso con un imponente Do5, ha scatenato applausi entusiasti da parte del pubblico.

    Il basso-baritono croato Marko Mimica, in sostituzione di Alex Esposito nel ruolo del parricida infine redento Pagano, ha mostrato una voce solida e sonora nella sua aria “Sciagurata! hai tu creduto”. Ben proiettato e con gravi puliti, è mancata tuttavia una maggiore raffinatezza nel fraseggio. Miren Urbieta-Vega è stata un’eccellente Viclinda, mentre il comprimario abituale del Real David Lagares ha apportato solidità come Pirro. Ottimo anche il livello di Mercedes Gancedo come Sofia, madre di Oronte (curioso, almeno per questione d’età, che Fridman e Meli abbiano dovuto chiamare rispettivamente “padre” e “madre” Ayón Rivas e Gancedo…), e convincenti Manuel Fuentes come Acciano, nel suo brevissimo intervento nel coro introduttivo del secondo atto “È dunque vero?”, e Josep Fadó come priore di Milano.

    L’ovazione finale è stata tanto insolitamente lunga quanto sincera. Anche se gran parte del pubblico se n’era già andata, gli artisti sono stati costretti a salutare più e più volte, in un finale che conferma che quanto vissuto è stata una grande serata verdiana, da ricordare.

  • Después del desangelado y olvidable Attila en versión de concierto presentado el pasado mayo, el Teatro Real cierra temporada con otro título de los denominados «años de galera» de Giuseppe Verdi, I Lombardi alla prima crociata, su cuarta ópera, presentada en el Teatro alla Scala de Milán en 1843 tras el gran éxito cosechado por Nabucco, y posteriormente reconvertida en grand opéra bajo el título de Jérusalem (1847).

    Obra desigual I Lombardi, sí, pero también fascinante en su libertad estructural, desbordante de coros, fervor patriótico, lirismo incandescente y toda la energía dramática que el joven Verdi, recién salido del ambiente bandísico de Busseto, supo canalizar como nadie. Si bien el endeble libreto de Temistocle Solera parece el principal escollo a la hora de marginar a esta ópera en los circuitos habituales, cada reencuentro con ella garantiza, aún en versión concertante, momentos de altísimo voltaje. Así ocurrió este 9 de julio, segunda y última función del título, gracias a una lectura de altísimo nivel por parte de todos los involucrados, una concertación vibrante y analítica, y una protagonista inesperada que nos dejó atados al asiento.

    Ya que hablamos de voltaje, imposible no empezar por la batuta de Daniel Oren, quien demostró, en la mejor presentación que quien escribe estas líneas le ha presenciado, su total dominio del estilo verdiano y capacidad para contagiar entusiasmo (no faltaron sus histriónicos saltos, aspavientos y gruñidos, marca de la casa) tanto a la orquesta como al coro. Frente a la anodina dirección y de tempi desesperadamente lánguidos –sometida a los caprichos de la diva Sierra– que Henrik Nánási viene ofreciendo en las presentes funciones de La Traviata, el maestro israelí firmó una lectura verdiana por los cuatro costados, plagada de tempi vertiginosos y nervio (para muestra el fragmento instrumental posterior al inno di guerra del cuarto acto) a la vez que reflexión; un amalgama de atención al canto y sentido teatral y del fraseo que se tradujo en un auténtico bálsamo para los oídos. La orquesta titular del teatro respondió con enorme entrega, firmando una de sus mejores interpretaciones recientes. Mención especial para la concertino Gergana Gergova, que bordó su comprometido solo del tercer acto –un «miniconcierto» para violín en toda regla– con gran lirismo y expresividad, levantando una merecida ovación.

    Un importante protagonista de esta infrecuente ópera es, sin duda, el coro, y el Coro Intermezzo, preparado por José Luis Basso, nos obsequió con una de sus noche más gloriosas de la temporada. En una obra en la que intervienen constantemente, a modo de coro de tragedia griega, lo hicieron siempre sonoros con el empaste que les caracteriza. No faltó potencia en cabalettas y finales, ni tampoco matices, intención expresiva y delicadeza, brillando especialmente en la etérea escena de la visione que abre el cuarto acto (controlados milimétricamente por un Oren empeñado en los contrastes dinámicos y en apianar hasta el susurro) y en “O signore, dal tetto natio”, página coral que habitualmente se paragona con el celebérrimo “Va, pensiero” de Nabucco, en la que llama la atención la graciosa línea melódica que Verdi asigna a la flauta. Otros momentos de gran belleza vinieron de parte de la sección femenina del coro, por ejemplo, en el coro di claustrali con órgano “A te nell’ora infausta” o en el coro nell’harem “La bella straniera”. Justísima, pues, la cerrada ovación que cosecharon coro y maestro en los saludos finales.

    En un principio, la soprano Anna Pirozzi debería haber afrontado el papel protagónico de la cruzada Giselda. Sin embargo, apenas una semana antes del estreno, su nombre desapareció del cartel sin anuncio alguno por parte del teatro. ¿Y dónde estaba la señora Pirozzi el 9 de julio, día de la segunda función? Pues cantando la Santuzza de Cavalleria rusticana en la Bayerische Staatsoper de Múnich. Sea este movimiento fruto de un acuerdo entre el teatro madrileño y la artista o un engaño, lo cierto es que resulta inaceptable la ausencia de una mínima explicación oficial. No ya por deferencia con el espectador informado, sino por respeto al público en general, que tiene derecho a saber por qué quien encabezaba el reparto hace apenas unos días ha desaparecido sin dejar rastro. Que el Teatro Real mire hacia otro lado –nada nuevo bajo el sol– es, simplemente, una vergüenza.

    Afortunadamente, el rol de Giselda contó una sustituta de lujo en la joven soprano Lidia Fridman, quien se convirtió en la heroína inesperada de la noche. La rusa, poseedora de un material oscuro, casi de mezzosoprano, de gran particularidad tímbrica, muy carnoso, amplio y de proyección atronadora, abordó el endiablado rol –concebido por Verdi para Erminia Frezzolini, y que permanece en escena durante casi la totalidad de la obra– con encomiable aplomo, entrega e implicación escénica, tanto que resulta difícil de creer el mínimo margen con que ha contado para asimilar su parte. Algún apuro insignificante en los agudos de la exquisita preghiera “Salve Maria” no supuso mácula en una interpretación globalmente entusiasmante. Su gran escena del segundo acto “Oh madre, dal cielo soccorri al mio pianto – No! giusta causa non è d’iddio” fue resuelta con gran arrojo, demostrando gran autoridad vocal y control técnico ante los tremendos saltos interválicos de la página, así como buen gusto en el fraseo. No obstante, constituyó su visione “Oh! di sembianze eteree” (y la posterior cabaletta “Non fu sogno!”) el momento cumbre de su actuación, tan expresiva que logró hacernos olvidar por un momento la ausencia de puesta en escena. El público la aplaudió como se merece a toda joven artista que se lanza al abismo con tal mezcla de valor y profesionalidad. Sin duda, su proyección de carrera es más que prometedora.

    En cuanto al tenor Francesco Meli, éste ofreció un correcto Oronte. Si bien su voz logra correr por toda la sala y su línea de canto denota una clara italianità, como es costumbre, hay momentos en los que se muestran claros signos de fragilidad y tensión, como fue el caso de “La mia letizia infondere”, donde incluso se vio obligado a carraspear discretamente. No obstante, Meli experimentó una notable mejoría en la segunda parte de la función, firmando un conmovedor duetto “O belle, a questa misera” junto a Fridman. Resultaron convincentes, asimismo, su intervención en el terzetto final del tercer acto, “Qual voluttà trascorrere” y en su aria final “In cielo benedetto”. Por otro lado, el tenor peruano Iván Ayón Rivas, también Alfredo en el segundo cast de La Traviata que se viene representado estos días, firmó, en la parte de Arvino, padre de Giselda, una actuación brillante. Su timbre tenoril oscuro, una proyección poderosa y la firmeza en los agudos lo situaron como el otro triunfador de la velada junto a Fridman. Su intervención en su aria del tercer acto, “Qual nuova?”, culminada con un Do5 imponente, levantó aplausos entusiastas por parte del respetable.

    El bajo-barítono croata Marko Mimica, sustituyendo a Alex Esposito como el parricida finalmente redimido Pagano, mostró una voz sólida y rotunda en su aria “Sciagurata! hai tu creduto”. Bien proyectado y con graves aseados, se echó en falta un mayor refinamiento en el fraseo. Miren Urbieta-Vega fue una excelente Viclinda, mientras que el habitual comprimario del Real David Lagares aportó solidez como Pirro. Muy buen nivel, asimismo, de Mercedes Gancedo como Sofia, madre de Oronte (curioso, cuando menos y por cuestión de edades, que Fridman y Meli tuvieran que llamar respectivamente “padre” y “madre” a Ayón Rivas y Gancedo…), y solventes Manuel Fuentes como Acciano, en su brevísima intervención en el coro introductorio del segundo acto “È dunque vero?”, y Josep Fadó como prior de Milán.

    La ovación final fue tan inusualmente larga como sincera. Aunque buena parte del público ya se había marchado, los artistas se vieron obligados a saludar una y otra vez, en un final que confirma que lo vivido fue una gran noche verdiana, para el recuerdo.

9 luglio | I Lombardi alla prima crociata | Teatro Real di Madrid

Dramma lirico in quattro atti

Musica di Giuseppe Verdi (1813-1901)

Libretto di Temistocle Solera, tratto da un poema di Tommaso Grossi

Prima rappresentazione al Teatro alla Scala di Milano l’11 febbraio 1843

Prima rappresentazione al Teatro Real il 1º ottobre 1853

In forma di concerto

CAST

Arvino Iván Ayón Rivas
Pagano Marko Mimica
Viclinda Miren Urbieta-Vega
Giselda Lidia Fridman
Pirro David Lagares
Un priore della città di Milano Josep Fadó
Acciano Manuel Fuentes
Oronte Francesco Meli
Sofia Mercedes Gancedo

Direzione musicale Daniel Oren
Direzione del coro José Luis Basso

Coro e Orchestra del Teatro Real

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A CURA DI

Mario Varela

COLLABORATORE DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche

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