Il Teatro Real prosegue con la sua salutare e ancora insufficiente – è forse troppo capriccioso chiedere un Oberto, conte di San Bonifacio o, debolezza personale di chi scrive, un Giorno di regno? – abitudine di proporre al pubblico madrileno in versione di concerto il cosiddetto Verdi “di galera”. Dopo Attila e un magnifico I Lombardi che ancora permane nella memoria, è arrivato ora I masnadieri, rarità londinese del 1847, prima opera composta da Verdi per un teatro straniero e frutto del suo incontro con Schiller. Opera problematica, sì, ma anche stimolante.
Lo stesso Verdi fu consapevole fin dall’inizio delle debolezze del libretto di Andrea Maffei, diffuso, eccessivamente filosofico – “Quando io leggo in Plutarco” sono le parole che aprono l’opera – con un horror vacui di idee e scarsa azione autentica. La successione di numeri chiusi trasforma a malapena la situazione drammatica, i personaggi esprimono stati d’animo più che provocare veri snodi teatrali, e il finale, brusco fino allo sconcertante, lascia lo spettatore con la sensazione che qualcosa manchi o non venga del tutto spiegato; più di uno, con ogni probabilità, si sarà chiesto tra sé e sé: «ah, è già finita?». E tuttavia, musicalmente, la partitura non smette di interessare. Vi si avverte un’energia cruda, ritmi incisivi, contrasti violenti, cori di aspra incisività e una scrittura armonica che talvolta anticipa soluzioni più mature. Soprattutto nel terzo e quarto atto – con la scena del febbrile sogno di Francesco come vertice – si intravede il Verdi che ha appena dato alle scene Macbeth e che presto spezzerà definitivamente le cuciture del numero chiuso.
Sul podio, Francesco Lanzillotta debuttava al Teatro Real con una prova francamente notevole, ancor più considerando che le prove in questo tipo di progetti sono solitamente ridotte al minimo. Ha evitato con intelligenza il trambusto cui invita il Verdi giovanile, curando i cantanti nel controllo dinamico senza sacrificare tensione teatrale né – elemento importante – vivacità. Si è percepito un lavoro minuzioso sulla partitura, anche nei dettagli di iniziativa personale; ad esempio, nel modo di rallentare la ripresa della cabaletta di Francesco, “Tremate, o miseri”, sottolineandone magistralmente la dimensione sinistra. L’Orquesta Sinfónica de Madrid ha risposto con entusiasmo – forse eccessivo nel preludio, il cui splendido solo di violoncello è suonato con un certo eccesso di steroidi – offrendo nel complesso una lettura appropriata, vibrante e ben articolata.
Magnifici, d’altra parte, come di consueto, “i masnadieri” del Coro Intermezzo, sotto la direzione di José Luis Basso, sempre vigoroso, forse persino con un protagonismo maggiore di quanto lo stesso Verdi conceda loro in un’opera che già li porta nel titolo. Il loro intervento a cappella all’inizio del secondo atto, specificamente, nella scena di Amalia “Dall’infame banchetto”, è stato un esempio di intonazione e coesione prossimo alla perfezione.
Sul piano vocale, la serata ha offerto diversi motivi di indubbio interesse. Anzitutto, con Lisette Oropesa si è consumata una riconciliazione personale dopo una Maria Stuarda che non aveva del tutto convinto chi scrive. La sua onesta Amalia (ruolo concepito da Verdi per la virtuosa Jenny Lind) ha mostrato una voce omogenea, nonché tecnica e linea eleganti. Nei sovracuti, però, manca quel punch che li renda davvero rutilanti; a tratti si ha l’impressione che vi salga con eccessiva cautela, come accaduto in un filato mal emesso in “Lo sguardo avea degli angeli”. Ciononostante, il pubblico madrileno la adora follemente – come accade, con ben minor senso, anche con la Jaho o con la decadente Radvanovsky – e ha finito per imporre un bis forzato (come sempre, più spettacolo che necessità musicale, un certo gusto per il “pan y toros” che confonde l’applauso con l’evento…) nella cabaletta “Carlo vive!”, nel quale ha regalato un mi acuto che ha scatenato l’entusiasmo generale. Era già il terzo bis della soprano su questo palcoscenico. Nel terzo e quarto atto, dove il personaggio quasi scompare, la soprano della Louisiana si è mostrata sempre solida, professionale e, soprattutto, emotiva.
Se qualcuno meritava un bis, quello era Nicola Alaimo, sostituto dell’inizialmente annunciato Mattia Olivieri e apparentemente molto più idoneo al ruolo di Francesco. Già con “La sua lampada vitale”, perfetta per intenzione e accenti, ha dimostrato di dominare il personaggio, e non viceversa. Ma è stato nella scena del sogno che ha offerto un’interpretazione drammaticamente travolgente, di quelle che tengono incollati alla poltrona. Ultimamente, e sono certo di non essere solo in questo, a chi scrive queste righe capita di rado di emozionarsi all’opera; per questo va ringraziato Alaimo per esserci riuscito, con la sua voce sonora, il fraseggio ardente, i raffinati chiaroscuri espressivi e una costruzione psicologica del personaggio che anticipa, nella sua oscurità e fatte le dovute proporzioni, il futuro Iago. Seconda grande ovazione della serata, dunque, dopo il bis di Oropesa, e pienamente meritata.
Il Carlo di Piero Pretti si è mosso entro una irreprensibile correttezza ed efficacia. Fin dall’aria di sortita, “O mio castel paterno – Nell’argilla maledetta” (la cui cabaletta è un evidente auto-prestito da Attila, composta un anno prima), il tenore italiano si è mostrato solido, pur non vantando un timbro particolarmente bello né specialmente sonoro. Più di una volta è rimasto coperto dall’orchestra, nonostante l’attenzione di Lanzillotta al volume e il fatto di non cantare dietro l’orchestra. Quando infatti interveniva l’efficace Alejandro del Cerro come Arminio, la sua voce giungeva con maggiore chiarezza. Pretti ha adempiuto con impeccabile professionalità e stile, pur mancando quella mordente varietà di accenti che un personaggio tanto idealista quanto contraddittorio richiede.
Il sempre onesto Alexander Vinogradov ha offerto un Massimiliano solido e autorevole, sostenuto da un volume generoso e da un’emissione ampia che hanno conferito dignità al padre tradito. Da segnalare il duetto con Pretti, “Come il bacio d’un padre amoroso”. Tra i comprimari, Albert Casals ha sofferto la tessitura grave di Rolla, pur mantenendo sempre compostezza professionale. Più discutibile il Moser di George Andguladze, dal timbro gutturale, vuoto e nasale come pochi. E non si può evitare di chiedersi, a rischio di sembrare ripetitivi, quale sia la necessità di importare espressamente un cantante straniero per un ruolo di intervento brevissimo quando abbondano voci nazionali, persino nei conservatori, infinitamente più solide. I lunghi tentacoli delle agenzie di rappresentanza artistica, forse?…
In definitiva, una serata ad alto voltaggio musicale in un’opera imperfetta ma affascinante. E forse l’assenza di messinscena, lungi dall’essere un limite, si è rivelata una virtù: ci siamo risparmiati le inutili genialità del regista di turno e abbiamo potuto concentrarci esclusivamente su ciò che conta, la musica. Verdi allo stato puro, senza distrazioni.
El Teatro Real prosigue con su saludable y aún insuficiente –¿es muy caprichoso pedir un Oberto, conte di San Bonifacio o, debilidad personal del abajofirmante, un Giorno di regno?– costumbre de presentar al público madrileño en versión de concierto el llamado Verdi «de galeras». Tras Attila y un magnífico I Lombardi que todavía permanece en la memoria, llega ahora I masnadieri, rareza londinense de 1847, primera ópera compuesta por Verdi para un teatro extranjero y fruto de su encuentro con Schiller. Obra problemática, sí, pero estimulante también.
De hecho, el propio Verdi fue consciente desde el principio de las debilidades del libreto de Andrea Maffei, difuso, filosófico en exceso –“Quando io leggo in Plutarco” son las palabras que dan inicio a la ópera–, con horror vacui de ideas y escasa acción verdadera. La sucesión de números cerrados apenas transforma la situación dramática, los personajes expresan estados de ánimo más que provocar auténticos giros teatrales, y el final, abrupto hasta lo desconcertante, deja al espectador con la sensación de que algo falta o no termina de explicarse; seguramente más de uno se preguntó para sus adentros: «ah, ¿que se ha acabado ya?». Y, sin embargo, musicalmente la partitura no deja de interesar. Hay en ella una energía cruda, ritmos incisivos, contrastes violentos, coros de vigor áspero y una escritura armónica que en ocasiones se adelanta a soluciones más maduras. Especialmente en los actos tercero y cuarto –con la escena del febril sueño de Francesco como cima– se vislumbra al Verdi que acaba de estrenar Macbeth y que pronto romperá definitivamente las costuras del número cerrado.
En el podio, Francesco Lanzillotta debutaba en el Teatro Real con una prestación francamente notable, más aún si consideramos que los ensayos en este tipo de proyectos suelen estar racionados al máximo. Lanzillotta huyó con inteligencia del chimpún al que invita el Verdi juvenil, mimando a los cantantes en el control dinámico a la par que sin sacrificar tensión teatral ni –importante– vivacidad. Se percibió un trabajo minucioso sobre la partitura, también en los detalles de cosecha propia; véase, por ejemplo, en la manera de ralentizar la repetición de la cabaletta de Francesco, “Tremate, o miseri”, subrayando magistralmente su dimensión siniestra. La Orquesta Sinfónica de Madrid respondió con entusiasmo –quizá demasiado en el preludio, cuyo hermoso solo de violonchelo sonó con cierto exceso de esteroides–, ofreciendo en su conjunto una apropiada lectura, vibrante y bien articulada.
Magníficos, por otro lado, como es habitual, los masnadieri del Coro Intermezzo, bajo la dirección de José Luis Basso, quizá incluso con mayor entusiasmo y protagonismo del que el propio Verdi le concede en una ópera que ya los lleva por título. Su intervención a cappella al inicio del segundo acto, concretamente, en la escena de Amalia “Dall’infame banchetto”, resultó una lección de afinación y cohesión que rozó la perfección.
En el apartado vocal, la noche tuvo varios focos de negable interés. En primer lugar, con Lisette Oropesa se produjo una reconciliación personal tras una Maria Stuarda que no terminó de convencer a un servidor. Su honesta Amalia (papel pensado por Verdi para la virtuosa Jenny Lind) mostró una voz homogénea, así como técnica y línea elegantes. Ahora bien, en los agudos falta ese punch que los haga verdaderamente rutilantes; por momentos da la impresión de que asciende a ellos con demasiada cautela, como ocurrió en un filado mal emitido en “Lo sguardo avea degli angeli”. Con todo, el público madrileño la adora con locura –como también ocurre, con bastante menor sentido, con la Jaho o la decadente Radvanovsky– y terminó por impostar un forzado bis (como siempre, más espectáculo que necesidad musical, un cierto gusto por el “pan y toros” que confunde aplauso con acontecimiento…) en la cabaletta “Carlo vive!”, donde nos regaló un mi agudo que desató la locura del respetable. Era ya el tercer bis de la soprano sobre este escenario. En la segunda parte, donde el personaje casi desaparece, la soprano de Luisiana se mostró siempre solvente, profesional y, sobre todo, emotiva.
Si alguien mereció un bis fue Nicola Alaimo, sustituto del inicialmente anunciado Mattia Olivieri y mucho más idóneo, aparentemente, para el papel de Francesco. Ya con su “La sua lampada vitale”, perfecta en intención y acentos, dejó claro que dominaba el personaje y no al contrario. Pero fue en la escena del sueño donde ofreció una interpretación dramáticamente apabullante, de esas que mantienen agarrado al asiento. Últimamente, y estoy seguro de que no está solo en esto, a quien escribe estas líneas le cuesta emocionarse en la ópera; es por eso hay que agradecerle a Alaimo haberlo conseguido con su voz sonora, fraseo ardiente, matices expresivos de gran inteligencia y una construcción psicológica del personaje que anticipa, en su oscuridad y salvando las distancias, al futuro Iago. Segunda gran ovación de la velada pues, tras el bis de Oropesa, y plenamente justificada.
El Carlo de Piero Pretti se movió dentro de una irreprochable corrección y eficacia. Desde su aria de presentación, “O mio castel paterno – Nell’argilla maledetta” (cuya cabaletta es un evidente autopréstamo de Attila, compuesta un año antes), el tenor italiano se mostró solvente, aunque el timbre no sea particularmente bello ni especialmente sonoro. Más de una vez quedó tapado por la orquesta, pese al cuidado de Lanzillotta con el volumen y a no cantar tras la orquesta. De hecho, cuando el eficaz Alejandro del Cerro intervenía como Arminio, su voz nos llegaba con mayor claridad. Pretti cumplió con intachable profesionalidad y estilo, aun echándose en falta esa mordacidad y variedad de acentos que su personaje, tan idealista como contradictorio, reclama.
El siempre honesto Alexander Vinogradov nos regaló un Massimiliano sólido y autoritario, apoyado en un volumen generoso y una emisión amplia que dotaron de dignidad al padre traicionado. A destacar su duetto con Pretti, “Come il bacio d’un padre amoroso”. Entre los secundarios, Albert Casals sufrió con la grave tesitura de Rolla, aunque mantuvo siempre la compostura profesional. Más discutible fue el Moser de George Andguladze, de timbre gutural, hueco y gangoso como pocos. Y uno no puede evitar preguntarse, a riesgo de parecer reiterativo como el ajo, qué necesidad hay de importar expresamente a un cantante extranjero para un papel de intervención brevísima cuando abundan voces nacionales, incluso en conservatorios, infinitamente más solventes. ¿Los largos tentáculos de las agencias de representación de artistas, quizás?…
En definitiva, una velada de alto voltaje musical en una ópera imperfecta pero fascinante. Y quizá la ausencia de puesta en escena, lejos de ser un déficit, terminó siendo una virtud: nos ahorramos genialidades innecesarias del regisseur de turno y pudimos concentrarnos exclusivamente en lo que importa, la música. Verdi en estado puro, sin distracciones.
10 novembre | I masnadieri | Teatro Real di Madrid
Melodramma in quattro parti
Musica di Giuseppe Verdi (1813-1901)
Libretto di Andrea Maffei, basato sull’opera Die Räuber (1781) di Friedrich von Schiller
Prima rappresentazione all’Her Majesty’s Theatre di Londra il 22 luglio 1847
Prima rappresentazione al Teatro Real l’11 marzo 1854
Opera in versione concerto
Massimiliano Alexander Vinogradov
Carlo Piero Pretti
Francesco Nicola Alaimo
Amalia Lisette Oropesa
Arminio Alejandro del Cerro
Moser George Andguladze
Rolla Albert Casals
Direzione musicale Francesco Lanzillotta
Direzione del coro José Luis Basso
Coro e Orchestra del Teatro Real
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