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Teatro Real di Madrid: Iris (P. Mascagni)

  • Teatro Real di Madrid: Iris (P. Mascagni) - ph Javier Dal Real - recensione Opera Mundus

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IN ITALIANO

ORIGINALE

  • Non è frequente ascoltare Iris di Pietro Mascagni, che il Teatro Real presenta per la prima volta in versione da concerto. Rappresentata a Roma nel 1898, sei anni prima di Madama Butterfly, quest’opera condivide con quella di Puccini il libretto di Luigi Illica e l’esotismo giapponese, sebbene qui lo sguardo sia assai più simbolico che realistico. Illica, prima di scrivere la tragedia di Cio-Cio-San, sperimenta in Iris quell’Oriente idealizzato, l’idea di purezza femminile e il contrasto tra innocenza e corruzione, tra castità e desiderio, tra luce e fango, incarnati rispettivamente da Iris versus Osaka e Kyoto. Il libretto, irregolare e a tratti sconcertante (il terzo atto, soprattutto), racchiude tuttavia la potente idea del sole come forza redentrice.

    La musica di Mascagni, priva della forza drammatica della ben nota Cavalleria rusticana, affascina e sorprende allo stesso tempo, a cominciare dall’“alba musicale” che apre l’opera: un insolito e ricorrente solo di contrabbasso si sviluppa in un cupo divisi degli archi per sfociare in un crescendo ipnotico che culmina nel grandioso “Inno al Sole”. Questo coro di risonanze panteistiche e dal sapore di tragedia greca apre e chiude la partitura, conferendole una struttura circolare. L’orchestra si impone lungo tutta l’opera come vera protagonista: una scrittura suggestiva e raffinata, ricca di contrasti, dotata di armonie di sorprendente modernità e di un senso del colore che arriva persino ad anticipare l’impressionismo.

    Il Teatro Real ha dunque fatto bene a recuperare questo titolo (al secondo tentativo; il primo, in un pandemico 2020) pressoché assente. Fortunatamente, il potere evocativo della partitura supplisce in gran parte alla mancanza scenica. E infatti, come ha riconosciuto più di una volta Joan Matabosch, direttore artistico, il suo criterio è quello di proporre in forma di concerto le opere il cui libretto – pur avendo un indubbio valore musicale – non giustifica lo sforzo, la spesa e il rischio di allestire una produzione scenica. In questo caso, bisogna dargli ragione.

    Daniele Callegari, bacchetta di solido mestiere, ha firmato una direzione efficace e teatrale, sebbene più attenta all’impulso drammatico (con un eccesso di decibel che non ha tuttavia offuscato l’impressione generale) che alle sottigliezze timbriche. In un’opera dalla scrittura così mutevole e insidiosa, Callegari ha saputo mantenere saldo il discorso e tenere la tensione sempre viva. Il merito è doppio, considerando che – come di consueto in queste versioni concertanti – le prove devono essere state piuttosto limitate. L’Orquesta Sinfónica de Madrid ha risposto con professionalità, anche se il guscio acustico ha indurito un po’ il suono, rendendo gli archi leggermente secchi.

    Il coro titolare del teatro, preparato dal maestro José Luis Basso, ha brillato ancora una volta per potenza e musicalità, imponendosi con autorità e, soprattutto, con un grande volume nel già citato “Inno al Sole”, accolto dal pubblico con entusiasmo travolgente. È stato, senza dubbio, uno dei pilastri della serata. Corretti nella loro intervento solista anche i membri del coro Alexander González e Íñigo Martín.

    Nel cast vocale, la soprano albanese Ermonela Jaho, tanto amata a Madrid, ha affrontato il ruolo di Iris con la consueta dedizione, ma – come spesso accade – i mezzi vocali le sono risultati insufficienti. Il suo strumento, di volume ridotto ed emissione irregolare, è del tutto inadeguato a sostenere un personaggio tanto arduo quanto ingrato; lo gestisce però con intelligenza, fraseggiando con intenzione e cercando sempre la fibra emotiva del testo. Compensa – poiché qui non c’è quasi spazio per i suoi abituali acuti filati – con un istrionismo che, in un contesto da concerto, finisce per sembrare ridondante. Si è persino cimentata nel “suonare” lo shamisen. Nell’aria del secondo atto, unico momento di vero rilievo che Mascagni le concede, ha offerto un canto dolente e onesto; il suo finale, rassegnato e luminoso, è stato accolto da un silenzio rispettoso. Alcuni fischi isolati dalle gallerie sono stati subito coperti da un pubblico caloroso che ha applaudito con fervore ogni sua lacrima.

    Gregory Kunde, instancabile a 71 anni, mantiene la voce in condizioni ammirevoli. Il suo Osaka è stato cantato in un forte pressoché continuo, che a tratti ha attenuato la sensualità della scrittura mascagniana, ma l’autorità scenica e la musicalità innata del tenore statunitense hanno fatto dimenticare ogni riserva, grazie a una proiezione e un metallo che molti ventenni potrebbero invidiare. Ha sfiorato l’incidente in “Apri la tua finestra”, ma si è ripreso con un duetto del secondo atto con Iris accolto dal pubblico con entusiasmo.

    Il baritono Germán Enrique Alcántara si è rivelato (come già lasciava intuire il suo recente Simon Boccanegra per Opera Rara) uno degli assi del cast: un Kyoto dalla voce flessibile e dal timbro seducente, fraseggio incisivo e naturale presenza scenica. Una scelta assai più convincente di quella inizialmente annunciata – e misteriosamente sostituita – di Gabriele Viviani; un’altra di quelle pratiche del Teatro Real che il teatro sembra deciso a normalizzare, naturalmente senza alcuna spiegazione.

    Jongmin Park, nel ruolo del padre cieco, ha firmato un commoventissimo “Vieni, dammi il braccio”, uno dei momenti più sinceri dell’intera serata. La sua nobiltà e lo strumento robusto hanno conferito grande dignità al personaggio. Carmen Solís ha portato musicalità ed eleganza come Dhia, con un tocco orientale un po’ stereotipato come geisha, mentre Pablo García-López ha adempiuto al suo doppio, seppur breve, compito di mercante e straccivendolo.

    Nel complesso, si è vissuta una serata di notevole livello musicale, che ha permesso di riscoprire una partitura affascinante ed eccentrica nel catalogo verista. Iris non è un’opera perfetta, ma resta un lavoro singolare, di una bellezza strana e potente, in cui Mascagni lascia una delle sue pagine più personali.

  • No es frecuente poder escuchar la Iris de Pietro Mascagni, que el Teatro Real presenta por primera vez en versión de concierto. Estrenada en Roma en 1898, seis años antes de Madama Butterfly, esta ópera comparte con la de Puccini el libreto de Luigi Illica y el exotismo japonés, aunque aquí la mirada es bastante más simbólica que realista. Illica, antes de escribir la tragedia de Cio-Cio-San, ensaya en Iris ese Oriente idealizado, la idea de pureza femenina y el contraste entre inocencia y corrupción, entre castidad y deseo, entre luz y fango, personificado en Iris versus Osaka y Kyoto, respectivamente. El libreto, irregular y por momentos desconcertante (el tercer acto, sobre todo), encierra sin embargo la poderosa idea del sol como fuerza redentora.

    La música de Mascagni, sin la contundencia dramática de la bien conocida Cavalleria rusticana, fascina tanto como sorprende, empezando por el «amanecer musical» que da comienzo a la obra: un insólito y recurrente solo de contrabajo se despliega en un lúgubre divisi de cuerdas, para desembocar en un crescendo hipnótico que culmina con el grandioso “Himno al Sol”. Este coro de resonancias panteístas y en clave de tragedia griega abre y cierra la obra, dotándola de una estructura circular. A lo largo de la partitura, la orquesta se impone como auténtico protagonista: una escritura sugestiva y refinada, rica en contrastes, dotada de armonías de modernidad sorprendente y un sentido del color que llega a anticipar el impresionismo.

    El Teatro Real acierta, pues, al rescatar (al segundo intento; el primero, en un pandémico 2020) este título prácticamente ausente. Afortunadamente, el poder evocador de la partitura suple en gran parte la falta de escena. Y es que, según ha reconocido en más de una ocasión Joan Matabosch, director artístico, su criterio es ofrecer en versión de concierto aquellas óperas cuyo libreto –pese a un indudable valor musical– no compensa el esfuerzo, el gasto ni el riesgo de levantar una producción escénica. En este caso, he de darle la razón.

    Daniele Callegari, batuta de sólido oficio, firmó una dirección eficaz y teatral, si bien menos atenta a las sutilezas tímbricas (un exceso de decibelios que no empañó la impresión general) que al impulso dramático. En una obra de escritura tan cambiante y traicionera, Callegari supo sostener con pulso firme el discurso y mantener la tensión en todo momento. El mérito es doble si se considera que –como es costumbre para estas versiones concertantes– debe haber contado con ensayos racionados. La Orquesta Sinfónica de Madrid respondió con profesionalidad, incluso cuando la concha acústica endureció un tanto el sonido, provocando que las cuerdas sonaran demasiado secas.

    Por su parte, el coro titular de la casa, preparado por el maestro José Luis Basso, volvió a brillar con contundencia e indudable musicalidad, imponiéndose con autoridad y, sobre todo, gran caudal sonoro, en el anteriormente citado “Himno al Sol”, al que el respetable respondió con un entusiasmo desbordado. Fue, sin duda, uno de los pilares de la velada. Cumplidores en su intervención solista, asimismo, los efectivos del coro Alexander González e Íñigo Martín.

    En el reparto vocal, la soprano albanesa Ermonela Jaho, tan adorada en Madrid, afrontó el papel de Iris con su acostumbrada entrega, pero, como de costumbre –valga la redundancia–, los medios se le quedaron cortos. Su instrumento, de volumen reducido y emisión desigual, resulta totalmente insuficiente para sostener un personaje tan exigente como ingrato; no obstante, lo maneja con inteligencia, fraseando con intención y buscando siempre la fibra del texto. Compensa, pues –aquí no hay casi oportunidad para insertar sus inherentes agudos filados–, con un histrionismo que en un formato de concierto acaba resultando redundante. Incluso se animó a “tocar” el shamisen. En el aria del segundo acto, único momento de lucimiento con que Mascagni le obsequia, ofreció un canto doliente y honesto; su resignado y luminoso final fue recibido en un silencio respetuoso. Algunos abucheos enardecidos desde las alturas fueron rápidamente neutralizados por un público muy entregado, que aplaudió con fervor cada lágrima.

    Gregory Kunde, incombustible a sus 71 años, mantiene su instrumento en un estado admirable. Su Osaka fue cantado en un forte prácticamente perpetuo que desdibujó por momentos la sensualidad de la escritura mascagniana, pero la autoridad escénica y la musicalidad innata del tenor norteamericano hicieron olvidar cualquier reparo, haciendo gala de una proyección y un metal que ya quisieran muchos veinteañeros. Rozó el accidente en “Apri la tua finestra”, pero se recuperó en un dueto con Iris del segundo acto premiado por el público con entusiasmo.

    El barítono Germán Enrique Alcántara se reveló (como anticipaba su reciente Simon Boccanegra en versión original para Opera Rara) como uno de los grandes aciertos del reparto: un Kyoto de voz flexible y timbre atractivo, fraseo incisivo y compromiso escénico natural, alternativa más convincente que la inicialmente anunciada –y misteriosamente sustituida– de Gabriele Viviani; otra de esas prácticas teatralrealeras que el teatro parece empeñado en normalizar, por supuesto, sin explicación alguna.

    Jongmin Park, como el padre ciego, firmó un muy conmovedor “Vieni, dammi il braccio”, uno de los momentos más sinceros de toda la función. Su nobleza e instrumento robusto dotaron de gran dignidad al personaje. Carmen Solís aportó musicalidad y elegancia como Dhia y un esteriotipado toque oriental como geisha, mientras Pablo García-López cumplió con suficiencia en su doble efímero cometido de mercader y trapero.

    En conjunto, vivimos una velada notable en cuanto a nivel musical, que permitió redescubrir una partitura fascinante y excéntrica dentro del catálogo verista. Iris no es una ópera perfecta, pero sí una obra singular, de belleza extraña y poderosa, donde Mascagni deja una de sus páginas más personales.

4 ottobre | Iris (P. Mascagni) | Teatro Real di Madrid

Melodramma in tre atti
Musica di Pietro Mascagni (1863–1945)
Libretto di Luigi Illica
Prima rappresentazione al Teatro Costanzi di Roma il 22 novembre 1898
Prima al Teatro Real
Opera in forma di concerto

CAST

Il cieco Jongmin Park
Iris Ermonela Jaho
Osaka Gregory Kunde
Kyoto Germán Enrique Alcántara
Dhia/Geisha Carmen Solís
Il mercante/Straccivendolo Pablo García-López
Straccivendoli Íñigo Martín, Alexander González

Direzione musicale Daniele Callegari
Direzione del coro José Luis Basso

Coro e Orchestra del Teatro Real

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A CURA DI

Mario Varela

COLLABORATORE DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche

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