Con Otello, andato in scena alla Scala di Milano nel 1887, Giuseppe Verdi si congedò dall’opera italiana così come l’aveva concepita e dominata per mezzo secolo. Dopo Aida e sedici anni di silenzio operistico, molti davano per scontato che il maestro di Busseto avesse deposto la penna. Ma l’insistenza di Arrigo Boito e l’eterna fascinazione di Verdi per Shakespeare finirono per convincerlo. Il risultato fu questa tragedia shakespeariana distillata in musica: un dramma senza numeri chiusi, in cui ogni scena fluisce nella successiva con una continuità teatrale quasi inedita nella tradizione italiana. Se Macbeth era stato il laboratorio e Aida la culminazione della grande macchina verdiana, Otello è l’opera che apre la porta a una nuova modernità che si compirà con Falstaff (quel “Era la notte, Cassio dormia” o “Questa è una ragna” posti in bocca a Jago costituiscono un vero vaticinio di ciò che verrà nel 1893), grazie a un’orchestrazione di densità, complessità e originalità che non solo supera di gran lunga i traguardi precedenti, ma funge da ponte diretto verso la futura tavolozza sonora pucciniana.
Il Teatro Real ha deciso di inaugurare la stagione 2025/26 con questo titolo colossale, recuperando la fallimentare produzione di David Alden, già vista nel 2016. La proposta di Alden è visivamente brutta e anodina: un unico spazio monotono, fatiscente, arido, quasi vuoto, che finisce per trasmettere poco più che noia. L’azione viene trasportata in un indefinito XX secolo che, lungi dall’aggiungere qualcosa, sottrae. La caratterizzazione dei personaggi ne esce caricaturale: un Otello ridotto a un mentecatto infantile, una Desdemona bigotta e senza personalità, e soprattutto un Jago di poco conto, privo di quella sottile tossicità che dovrebbe impregnare ogni gesto del personaggio baritonale più contorto e affascinante della storia dell’opera. A completare il quadro, figuranti-zombie si dimenano in coreografie gratuite e fastidiose, di gusto discutibile. La risoluzione finale con le morti di Desdemona – genialata assoluta collocarla durante la canzone del salice attaccata alla parete laterale destra, in modo che potesse essere vista soltanto dagli spettatori in posti perfettamente centrali! – e di Otello risultò poco meno che anticlimatica, priva di impatto. Visivamente si salvano alcune idee discrete, sebbene logore, legate all’illuminazione e al gioco di ombre; nel complesso, però, il tutto sfiora una versione in forma di concerto con figuranti.
Nicola Luisotti conosce perfettamente Verdi e lo dirige sempre con indubbia professionalità. Tale familiarità si percepisce nel midollo della sua lettura: come di consueto, non mancano energia e saldo ritmo, cui l’Orquesta Sinfónica de Madrid risponde con sicurezza. Tuttavia, la serata è sfuggita via in decibel, con percussioni e ottoni scatenati che hanno travolto più volte la sottigliezza della partitura. I suoi tempi, in generale ortodossi, hanno mostrato alti e bassi: il grande concertato del terzo atto, autentico cuore drammatico dell’opera, è risultato appesantito da un carattere eccessivamente solenne e privo di tensione teatrale – pregevole, comunque, la sezione dei fiati interni. Fortunatamente, il duetto d’amore che chiude il primo atto ha respirato con ampiezza negli archi (da menzionare in particolare il quartetto di violoncelli), e l’inizio del quarto atto ha raggiunto quel velluto dolente tanto necessario all’atmosfera.
Il coro titolare del Teatro Real, guidato da José Luis Basso, è stato – cosa che non sorprende – superbo, con un avvio impetuoso fin dalla tempesta iniziale, offrendoci una vera lezione di attacco, fusione e proiezione che, persino in lotta di decibel con Luisotti, ha finito per imporsi sia in “Una vela!” che nel concertato del terzo atto. I Piccoli Cantori della ORCAM hanno portato freschezza e delicatezza nel loro intervento dall’interno “Dove guardi splendeno”.
Il ruolo titolare, inaugurato da Francesco Tamagno, è un vero Everest per qualsiasi tenore: richiede potenza bruta e, allo stesso tempo, infinita capacità di sfumatura, dall’impeto guerriero dell’“Esultate” fino alla desolazione del “Niun mi tema”. Il dignitoso debuttante Brian Jagde tende a brillare più per la prima che per la seconda. Potenza – sebbene convalescente, circostanza da considerare –, ce n’è; acuti dal metallo brillante, pure (anche se in qualche acuto in pianissimo si è sfiorato l’incidente). Comunque, la dizione italiana è il suo punto più debole (quel suo italiano “made in USA”…), e il centro resta povero di varietà e smalto. Il suo “Esultate!” d’esordio è passato senza gloria, e al “Dio! mi potevi scagliar” sono probabilmente mancati i necessari dettagli; resta però indiscutibile la sua onesta dedizione dall’inizio alla fine. Nel complesso, Otello chiede oggi più di quanto Jagde – né praticamente alcun tenore in attività – possa offrire al 100%: colore, accento e una psicologia non ancora del tutto assimilata. Ci si augura che continui a rodare il ruolo nelle prossime produzioni.
Dal canto suo, Gabriele Viviani è stato un Jago monolitico, monocorde e noioso, incapace di mostrare la doppiezza psicologica del personaggio – la regia e la caratterizzazione certo non hanno aiutato. Vocalmente, Viviani ha risolto la parte con correttezza e uno strumento sonoro che però non è bastato a farci dimenticare la monocromia del suo fraseggio. Ricordiamo che Jago, più che un pitbull, è un serpente, e il suo “Credo in un Dio crudele” è mancato di veleno.
La trionfatrice indiscussa è stata quindi Asmik Grigorian, uno degli animali scenici più magnetici del panorama attuale, sebbene qui, imbrigliata dalla inconsistente regia, non abbia avuto possibilità di dispiegare appieno il suo potenziale. Desdemona non è un ruolo che incendia, a differenza di Rusalka (è ancora vivo il ricordo della Rusalka ipnotica che offrì in questo stesso teatro nel 2020), Jenůfa o Salome, il suo lato più incandescente, ma anche in questo stampo di soprano angelico la lituana ha saputo imporsi. Il suo duetto del primo atto con Otello, “Già nella notte densa”, è stato pura bellezza, e la sua scena finale (canzone del salice e Ave Maria) si è trasformata nel grande momento della serata, sfoggiando pianissimi di seta, un legato impeccabile e un’emozione sincera difficilmente riscontrabile oggi. È rimasta, tuttavia, la sensazione di un potenziale artistico parzialmente sprecato, intrappolato in un ruolo meno affine alle sue qualità vocali e senza possibilità di valorizzare – colpa di Alden – le sue capacità sceniche. Fortunatamente, chi ha avuto la fortuna di assistere al magnifico recital di romanze russe di Čajkovskij e Rachmaninov da lei offerto due giorni dopo su questo stesso palcoscenico, ha potuto riconciliarsi con la Grigorian nel suo territorio naturale.
Tra i comprimari, Airam Hernández ha offerto un Cassio solido, di timbro gradevole e presenza; la veterana mezzosoprano Enkelejda Shkoza dimostra di avere ancora potenza con la sua Emilia, e In Sung Sim ha portato nobiltà e soprattutto solidità nel suo breve Lodovico. Albert Casals (Roderigo) e Fernando Radó (Montano) hanno assolto correttamente i loro fugaci compiti.
In definitiva, ciò che avrebbe dovuto essere un’inaugurazione di stagione di alto livello si è ridotto all’ennesimo esempio della mediocrità a cui sembra votato il Real nei suoi grandi titoli; un Otello corretto, ma allarmantemente rutinario e globalmente deludente. Né la brutta messa in scena di Alden né la direzione a tratti fracassona di Luisotti hanno saputo elevare la funzione. Il cast si è retto grazie a una Grigorian di grande statura, mentre Jagde e Viviani sono rimasti schiacciati da ruoli che li sovrastano. Naturalmente, nessun problema finché continua l’abituale tendenza di questo nostro caro teatro, in cui il pubblico applaude e grida a gran voce qualsiasi cosa gli venga offerta: gare a chi lancia il “bravo!” (o brava o bravi per gli applauditori più dotti) più sonoro, ovazioni in piedi come se avessimo assistito alla funzione del secolo – non oso immaginare il panorama della serata inaugurale, che raduna tutta la socialite madrilena – … Non resta che rallegrarsi del loro gaudio e godimento, mentre non si può evitare di provare un po’ d’invidia per quell’ottimismo traboccante.
Con Otello, estrenado en la Scala de Milán en 1887, Giuseppe Verdi se despidió de la ópera italiana tal como la había concebido y dominado durante medio siglo. Después de Aida y tras dieciséis años de silencio operístico, muchos daban por sentado que el maestro de Busseto había colgado la pluma. Pero la insistencia de Arrigo Boito y la fascinación eterna de Verdi por Shakespeare terminaron por convencerle. El resultado fue esta tragedia shakesperiana destilada en música: un drama sin números cerrados, donde cada escena fluye hacia la siguiente con una continuidad teatral casi inédita en la tradición italiana. Si Macbeth había sido el laboratorio y Aida la culminación de la gran maquinaria verdiana, Otello es la obra que abre la puerta a otra modernidad que consumará con Falstaff (esos “Era la notte, Cassio dormia” o “Questa è una ragna” puestos en boca de Iago constituyen todo un vaticinio de lo que vendrá en 1893), gracias a una orquestación de una densidad, complejidad y originalidad que no solo supera con creces sus propios logros anteriores, sino que sirve de puente directo hacia la futura paleta sonora pucciniana.
El Teatro Real ha decidido inaugurar su temporada 2025/26 con este título colosal, recuperando la fallida producción de David Alden, estrenada en 2016. La propuesta de Alden es visualmente fea y anodina: un único espacio monótono, derruido, árido, casi vacío, que termina transmitiendo poco más que sopor. La acción se traslada a un siglo XX indefinido que, sin aportar gran cosa, más bien resta. Por un lado, la caricaturización de los personajes se resiente: un Otello reducido a un mentecato infantiloide por aquí, una Desdémona mojigata sin personalidad por allá, y lo más grave, un Iago de chichinabo en el que no se atisba ni rastro de la toxicidad sutil que debería impregnar con cada gesto el personaje baritonal más retorcido a la par que fascinante de la historia de la ópera. Para rematar, el escenario se llena de figurantes-zombies retorciéndose en coreografías gratuitas y molestas, de dudoso gusto. La resolución final con las muertes de Desdémona –¡absoluta genialidad colocar a Desdémona durante la canción del sauce pegada a la pared lateral derecha, para que solo pueda ser vista por los espectadores situados en localidades perfectamente centradas!– y Otello resultó poco menos que anticlimática, carente de impacto. Visualmente, hay ideas solventes aunque harto trilladas, todas ellas relacionadas con la iluminación y el juego de sombras; no obstante, en conjunto se acaba por rozar una versión en concierto con figurantes.
Nicola Luisotti conoce a la perfección a Verdi y siempre lo dirige con innegable oficio. Esa familiaridad se percibe en la médula de su lectura: como de costumbre, no faltan energía y pulso firme, a los que la Orquesta Sinfónica de Madrid responde con solvencia. Ahora bien, la velada se le escapó en decibelios, con una sección de percusión y unos metales desbocados que arrasaron con la sutileza de la partitura en más de una ocasión. Sus tempi, en general ortodoxos, no estuvieron exentos de altibajos: el gran concertante final del tercer acto, auténtico corazón dramático de la obra, quedó lastrado por un carácter excesivamente solemne y falto de tensión dramática –encomiable, eso sí, la sección de metales en el interno–. Afortunadamente, el dueto de amor con que se cierra el primer acto respiró con amplitud en la cuerda (mención especial para el cuarteto de violonchelos), y el inicio del acto cuarto alcanzó ese terciopelo doliente tan necesario en su atmósfera.
El coro titular del Teatro Real, a los mandos de José Luis Basso, estuvo –para sorpresa de nadie– soberbio, con un arranque impetuoso desde la tempestad inicial, obsequiándonos con una auténtica lección de ataque, empaste y una proyección que, incluso en pugna de decibelios con Luisotti, terminó por imponerse tanto en “Una vela!” como en el concertante del tercer acto. Los Pequeños Cantores de la ORCAM aportaron frescura y delicadeza en su intervención desde el interno “Dove guardi splendeno”.
El papel titular, estrenado por Francesco Tamagno, es todo un Everest para cualquier tenor: requiere potencia bruta y, al mismo tiempo, una capacidad infinita de matiz, desde el arrebato guerrero del “Esultate” hasta la desolación del “Niun mi tema”. El digno debutante Brian Jadge suele destacar más por lo primero que por lo segundo. Potencia –aun recién convaleciente, circunstancia que conviene ponderar–, desde luego, hay; agudos con metal brillante, también (aunque luego en algún agudo en pianissimo se rozase el accidente). Sin embargo, la dicción italiana es su mayor debilidad (ese italiano «made in USA»…), y el centro se queda corto en cuanto a variedad y esmalte. Su “Esultate!” de presentación pasó sin pena ni gloria, y a su “Dio! mi potevi scagliar” probablemente le faltaron matices; ahora bien, no se puede negar una entrega honesta de principio a fin. Con todo, Otello pide hoy por hoy más de lo que Jagde –ni prácticamente ningún tenor en activo– puede ofrecer al 100%: color, acento y una psicología que aún no parece completamente asimilada. Confiamos en que siga rodando el papel en posteriores presentaciones.
Por su parte, Gabriele Viviani fue un Iago monolítico, monocorde y aburrido, incapaz de mostrar la doblez psicológica del personaje –la puesta en escena y la caracterización del personaje tampoco es que ayudaran mucho, precisamente– Vocalmente, Viviani resolvió la parte con corrección y un instrumento sonoro que no resultó suficiente para hacernos pasar por alto la monocromía de su fraseo. Recordemos que Iago, más que pitbull, es una serpiente, y su “Credo in un Dio crudele” careció de veneno.
Por tanto, la triunfadora indiscutible fue Asmik Grigorian, uno de los animales escénicos más magnéticos del panorama actual, aunque aquí, encorsetada por la insustancial dirección escénica, no tuvo posibilidad alguna de desplegar su potencial. Desdémona no es un papel que explote, a diferencia de Rusalka (aún permanece en el recuerdo la Rusalka hipnótica que ofreció en este mismo teatro en 2020), Jenůfa o Salome, su lado más incandescente, pero incluso en este molde de soprano angelical la lituana supo imponerse. Su dueto del primer acto con Otello, “Già nella notte densa”, fue pura belleza, y su escena final (canción del sauce y Ave Maria) se convirtió en el gran momento de la noche, haciendo gala de pianísimos de seda, un legato impecable y una emoción sincera difíciles de hallar hoy día. Quedó, no obstante, la sensación de un caudal artístico parcialmente desaprovechado, atrapado en un rol menos afín a sus cualidades canoras y sin posibilidad de explotar –como digo, Alden es el culpable– sus capacidades escénicas. Afortunadamente, quienes tuvimos la suerte de presenciar el magnífico recital de canciones rusas de Tchaikovsky y Rachmaninov que ofreció dos días después en este mismo escenario, pudimos reconciliarnos con la Grigorian en el que es su territorio natural.
Entre los secundarios, Airam Hernández ofreció un Cassio solvente, con timbre grato y presencia; la veterana mezzo Enkelejda Shkoza demuestra que aún conserva potencia con su Emilia, e In Sung Sim aportó nobleza y, sobre todo, rotundidad, en su breve Lodovico. Albert Casals (Roderigo) y Fernando Radó (Montano) cumplieron con corrección en sus efímeros cometidos.
En suma, lo que debía ser una inauguración de temporada de altura se quedó en otro ejemplo de la mediocridad a la que parece abonado el Real en sus grandes títulos; un Otello correcto, pero alarmantemente rutinario y globalmente decepcionante. Ni la fea puesta en escena de Alden ni la por momentos chundachunera dirección de Luisotti lograron elevar la función. El reparto se sostuvo gracias a una Grigorian de gran altura, mientras Jagde y Viviani quedaron en evidencia ante roles que les superan. Por supuesto, ningún problema mientras continúe la tendencia habitual en éste nuestro querido teatro, en que el público bravea y aplaude a rabiar cualquier cosa que se le ponga delante: competiciones para ver quien suelta el «¡bravo!» (o brava o bravi en el caso de los aplaudidores más doctos) mejor proyectado, ovaciones en pie como si hubiéramos asistido a la función del siglo –no quiero ni imaginar el panorama de la jornada inaugural, en que se reúne toda la socialité madrileña–… Qué menos que alegrarse por su deleite y regocijo, mientras uno no puede evitar sentir cierta envidia de ese optimismo desbordado.
28 settembre | Otello (G. Verdi) | Teatro Real di Madrid
Dramma lirico in quattro atti
Musica di Giuseppe Verdi (1813-1901)
Libretto di Arrigo Boito, tratto dall’opera Othello, or The Moor of Venice (1603) di William Shakespeare
Prima rappresentazione al Teatro alla Scala di Milano il 5 febbraio 1887
Prima rappresentazione al Teatro Real il 9 ottobre 1890
Produzione del Teatro Real, in coproduzione con la English National Opera di Londra e la Kungliga Operan di Stoccolma
Otello Brian Jagde
Iago Gabriele Viviani
Cassio Airam Hernández
Roderigo Albert Casals
Lodovico In Sung Sim
Montano Fernando Radó
Desdemona Asmik Grigorian
Emilia Enkelejda Shkoza
Direzione musicale Nicola Luisotti
Regia David Alden
Scene e costumi Jon Morrell
Luci Adam Silverman
Coreografia Maxine Braham
Direzione del coro José Luis Basso
Direzione del coro di voci bianche Ana González
Coro e Orchestra del Teatro Real
Pequeños Cantores de la ORCAM
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