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Teatro Regio di Torino: Tosca, memorie di luce

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Se si dovesse racchiudere in una sola parola l’immaginifico e potente spettacolo che è la Tosca con la regia di Stefano Poda al Teatro Regio di Torino, quella parola sarebbe opulenza.

Opulenza visiva, di scene marmoree e brunite, di luci in grado di tagliare e scolpire, di nascondere e raccontare. Opulenza negli ologrammi moltiplicati a raccontare storie del passato racchiuse in marmi ed architetture, testimoni muti di una classicità distopica che incombe sulla scena: fantasmagoria o incubo?

Opulenza nei magnifici costumi damascati, cesellati in ogni dettaglio, che parlano di una Chiesa barocca, sfarzosa, opprimente; le Madonne moltiplicate, una per ogni declinazione della Vergine, Regina Coeli, Stella Maris, Consolatrix, Turris Eburnea, perfino la Maddalena in carne ed ossa, l’Attavanti evocata dal proprio tema in orchestra ma, di solito, mai presente in scena; durante il Te Deum la grandiosa processione dei papi, ognuno nella propria teca luminosa, come già le Madonne, a dare corpo e forza all’idea che Scarpia sia l’ultimo anello di una catena millenaria di trame di potere tessute all’ombra dei campanili della Città Eterna.

Così Stefano Poda, che unisce in un’ideale visione – come sempre unica nel suo genere – regia, scene, costumi, coreografia e luci, costruisce una macchina teatrale dal respiro unitario e potentissimo, scegliendo di evocare anziché raccontare, di suggerire prima ancora di disegnare; fin dall’apertura di sipario prende corpo, in tutta la sua pienezza, l’idea di uno spazio immobile e cupo eppure vivissimo che respira insieme ai protagonisti e ne proietta in scena paure, intenzioni, angosce e desideri. E che, letteralmente, crolla nel finale dell’opera; un momento potente, indelebile, in cui in cui Tosca, anziché gettarsi da Castel Sant’Angelo, si erge su una passerella di luce mentre l’architettura marmorea intorno a lei rovina in avanti, rivelando un’ala gigantesca – dipinta, al contrario di tutto il resto della scena, con tratti aerei e delicati. 

E qui Tosca, seppur immobile, suggerisce come non mai il volo al cospetto della statua di San Michele arcangelo: un modo perfetto per evocare il crollo di quell’Ancien Régime al quale l’élite romana, di cui Scarpia e più in generale la Chiesa sono ferocemente parte, si aggrappa inutilmente tentando di resistere ai venti di libertà che percorrono l’Europa del 1800. 

Libertà incarnata, anche visivamente, da Mario Cavaradossi: il pittore indossa vesti diametralmente opposte, per colore e struttura, da quelle di qualsiasi altro personaggio, Tosca compresa, che si dibatte tra la propria tragedia personale e quella, storica e sociale, del disfacimento della compagine in cui essa si muove. La protagonista è infatti una famosa cantante che allieta le serate della Corte della regina Maria Carolina (anche lei presente in scena con un costume di impressionante dimensione e bellezza) e della Roma papalina e conservatrice. Il dettaglio dei guanti scarlatti in pelle, indossati da Scarpia, dai suoi scagnozzi e da tutta la compagine ecclesiastica, ma anche da Tosca stessa, è cifra potentissima di questo mondo impolverato che si dibatte e soccombe al pari dei monumenti e delle statue, monche e mutilate dal tempo, costantemente visibili negli ologrammi. 

La bacchetta di Andrea Battistoni muove con sapienza e precisione la moltitudine di rimandi, leitmotive, reminiscenze e richiami di cui la partitura è intessuta. Emerge, nella sua lettura, per intero la maestria cinematografica e drammaturgica di Puccini, vero uomo di teatro in grado di trasformare il dramma di Sardou in un organismo vivo e tagliente, che corre rapido ed inesorabile verso un finale già annunciato nei primi accordi. La scelta accuratissima dei tempi, ora quasi precipitati, ora dilatati e solenni – come nel Te Deum – e la resa di colori brillantissimi e levigati, unite all’attenzione costante al dialogo tra buca e palcoscenico, confermano le qualità indiscusse del Direttore musicale del Teatro Regio, che ne guida l’ottima Orchestra traendone prove eccellenti in qualsiasi ambito e repertorio.

Il Coro del Teatro Regio, as usual, si mostra vero personaggio collettivo, voce e anima di quella clericalità romana fatta di lusso più che di preghiera, di ostentazione rituale più che di spiritualità, aspetti così importanti in un’opera come Tosca, in cui potere e religione sono sinonimi. Gea Garatti Ansini mostra di aver già creato, con il Coro, un’intesa perfetta, che si traduce in una comunione di intenti e di resa scenica davvero notevole. 

Apprezzabile e preparatissimo anche il Coro di voci bianche, istruito da Claudio Fenoglio, che ha aggiunto note di freschezza ed ottima presenza scenica nei momenti più scanzonati come in quelli solenni e composti. 

Le voci soliste, d’altro canto, non sono state da meno, in uno spettacolo in cui sarebbe stato facile “perdere” i personaggi all’interno di una visione scenica tanto ardita e sicuramente priva di quel realismo rassicurante e narrativo caro agli habitués di Tosca.

Nel ruolo del titolo, Chiara Isotton brilla di luce propria tra le sfolgoranti luci di Santi e Madonne, imponendosi per la bellezza e potenza del proprio strumento, dalla proiezione salda e dizione impeccabile, e per la padronanza tecnica impressionante (che le permette, tra l’altro, di cantare uno splendido ed accorato Vissi d’arte quasi sempre sdraiata sulla schiena!!). La sua Tosca indulge molto meno nella religiosità, tant’è che i fiori destinati alla statua della Vergine, nel primo atto, ritornano da dove sono venuti e manca la scena del Finale II in cui, dopo aver accoltellato a morte Scarpia, depone il crocifisso sul suo petto e i candelabri ai lati del cadavere; Tosca si inginocchia invece di fronte ad una delle tante Madonne in scena e mostra un’afflizione più personale ed umana, meno rituale, in linea con un’intento registico che spoglia la scena di ogni descrittività per rendere visibile il non-visibile.

Il suo Mario Cavaradossi è interpretato da Martin Muelhe, avvezzo ai ruoli di tenore romantico che richiedono intensità drammatica oltre alle indubbie doti vocali che egli possiede. Il tenore tedesco-brasiliano si distingue per emissione sicura e ottima proiezione, buon controllo dei fiati e fraseggio attento, uniti ad un physique du rôle notevole. Sul fronte attoriale la gestualità scenica, spesso sviluppata a livello del pavimento con enfatici movimenti e rotolamenti, ha avuto un effetto talora insistito, ma in generale la sua prova è stata risolta con grande impegno e convinzione, restituendo con efficacia le tensioni emotive del ruolo. 

Ottima la chimica con la protagonista femminile: il duetto d’amore del primo atto è stato un capolavoro di passione ed autenticità, così come lo struggente addio del finale III, in cui peraltro Muelhe ha regalato al pubblico un E lucevan le stelle di dolente intensità. 

Roberto Frontali è uno Scarpia elegante, freddo e composto, dalla gestualità algida e quasi trattenuta – tranne un eccesso nel secondo atto in cui letteralmente tenta un improprio assalto a Tosca, prontamente trattenuto poco dopo, per fortuna – che ne amplifica il côté di perfidia e manipolazione. Bel timbro, scuro ma privo di asprezze, fraseggio elegante e proiezione sicura, uniti ad un’intelligenza interpretativa che ha saputo sottrarre il personaggio ai rischi dello stereotipo, mettendone invece in luce le sfumature più interessanti. Psicologicamente molto ben resa la scena del Te Deum in cui, pur assorbito dalla ritualità liturgica, Scarpia vede come in sogno il passaggio di Tosca che lo confonde e lo distrae, anche materialmente, dalla preghiera, piegandolo nell’ossessione. 

Di grande efficacia i comprimari, che hanno formato una compagine ben calibrata nell’economia dello spettacolo.

Matteo Torcaso un Sagrestano privo dei troppo consueti tratti macchiettistici, ma al contrario dotato di proprietà stilistica, sicurezza vocale e adeguata presenza scenica. Cristiano Olivieri un perfetto, viscido Spoletta, cui ha saputo restituire una dignità ed una partecipazione all’azione che spesso mancano in un personaggio ridotto a incolore tirapiedi di Scarpia; la sua interpretazione, con vocalità piena e ben padroneggiata, si è distinta per i movimenti scenici sempre efficaci e funzionali all’azione drammatica. 

Igor Durlovski un convincente Angelotti, di notevole forza espressiva e dalla vocalità ben calibrata. 

Eduardo Martínez uno riuscito e perfido Sciarrone, Lorenzo Battagion un apprezzabile Carceriere. 

Il pastorello che canta sull’alba romana dell’apertura di Atto III, infine, è il piccolo e bravissimo Jacopo Gallo, che, spogliandosi dell’armatura da mini Guardia Svizzera, ha vestito i panni candidi di fanciullo necessari a portare uno spiraglio di luce prima della catastrofe annunciata. 

Un altro successo, acclamatissimo dal pubblico, per la Prima dell’ultimo titolo di una Stagione, per il Teatro Regio di Torino, non soltanto riuscita, ma soprattutto molto amata.

Tosca

Melodramma in tre atti

Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica da Victorien Sardou

Musica di Giacomo Puccini (1858 – 1924)

Prima rappresentazione: Roma, Teatro Costanzi, 14 gennaio 1900

Nuovo allestimento Teatro Regio Torino

In coproduzione con Аbау Kazakh National Ореrа

CAST

Andrea Battistoni – direttore d’orchestra

Stefano Poda – regia, scene, costumi, coreografia e luci

Paolo Giani Cei – regista collaboratore

Claudio Fenoglio – maestro del coro di voci bianche

Gea Garatti Ansini – maestro del coro

Orchestra, Coro e Coro di voci bianche Teatro Regio Torino 

 

Floria Tosca, celebre cantante, soprano – Chiara Isotton

Mario Cavaradossi, pittore, tenore – Martin Muelhe

Il barone Vitellio Scarpia, capo della polizia, baritono – Roberto Frontali 

Il sagrestano, baritono – Matteo Torcaso

Spoletta, agente di polizia, tenore – Cristiano Olivieri

Cesare Angelotti, console della Repubblica Romana, basso – Igor Durlovski

Sciarrone, gendarme, baritono – Eduardo Martínez  (Artista del Regio Ensemble)

Un carceriere, baritono – Lorenzo Battagion 

Un pastorello, voce bianca – Jacopo Gallo

FOTO
© Ph credit: Daniele Ratti — Mattia Gaido
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A CURA DI

Ilaria Castellazzi

VICE PRESIDENTE VICARIO DI OPERA MUNDUS APS ETS - Team Recensioni | Critiche, Interviste

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