Cenerentola è una di quelle fiabe che non hanno bisogno di presentazioni.
Cenerentola è un vestito fatto di luce, una carrozza che corre verso la felicità, è una fata madrina che, in fondo, insegna ad avere fiducia in se stessi, scarpette di cristallo o meno.
E in effetti in questa Cenerentola non ci sono né scarpette perdute né rintocchi di una mezzanotte che spazza via i sogni, ma un’affermazione di sé che passa attraverso un bracciale (lo “smaniglio”). Cenerentola, alias Angelina, passa le sue giornate, sì, tra la cenere e le faccende, ma anche tra le pagine dei libri che legge avidamente, e che custodisce come il tesoro più prezioso lasciatole dalla madre defunta; una ragazza che nutre la propria mente ed indirizza il proprio cuore alla bontà, e che non si fa scegliere, ma si innamora e sceglie lei stessa, esortando il principe a ”cercarla, conoscerla, vederla”.
Un’opera soltanto in apparenza buffa – che infatti è definita non come tale bensì come “dramma giocoso” – che la penna di Jacopo Ferretti e il genio musicale di Rossini trasformarono in un caleidoscopio di emozioni umane, dipinte con un’intensità ed una profondità di sentimento uniche. I tratti di indubbia comicità, privi di qualsiasi tratto grottesco, si inseriscono in un meccanismo perfettamente oliato in cui le risate sono anche una presa di posizione contro un mondo polveroso e gretto di persone “nobili” soltanto nel nome. Al contrario, la protagonista, Angelina (nomen omen!), mostra una generosità ed una nobiltà d’animo sincere ed autenticamente commoventi, quando, nel finale, asserisce che la sua “vendetta” nei confronti di patrigno e sorellastre sarà il perdono. Una virtù che trascende i confini dell’opera per calarsi in una realtà viva e mobile in cui tutto è possibile: anche che la protagonista, una serva, dunque di estrazione sociale umilissima, e che musicalmente canta nella tessitura di mezzosoprano, si elevi ben al di sopra degli altri personaggi ”di rango”, prime fra tutti le due sorellastre, entrambe soprani, figlie di un Barone.
L’allestimento di Manu Lalli in scena al Teatro Regio di Torino coniuga con fiabesca e poetica freschezza i due poli opposti entro i quali muove la vicenda, ovvero l’inarrestabile comicità, tutta rossiniana, e l’altrettanto rossiniana malinconia; con la complicità delle bellissime scene di Roberta Lazzeri, delle luci ben modulate di Vladi Spigarolo e dei costumi, davvero perfetti, di Gianna Poli, la regista ha creato un mondo a metà fra la casa di bambola e il castello delle fiabe (con una citazione tutta sabauda, ovvero la Galleria di Diana della Reggia di Venaria nel quadro finale dell’opera). Gli ambienti, creati e ricreati continuamente attraverso un gioco di scene girevoli, doppie porte, scale e prospettive, assecondano l’evolversi della vicenda e il doppio “travestimento” in scena: Cenerentola che diventa gran dama ma preferisce l’amore alla ricchezza, il Principe che si finge scudiero in modo da non essere amato per il suo rango. Gli elementi narrativi della fiaba tradizionale spuntano qua e là: la zucca, l’orologio che segna la mezzanotte, i cavalli candidi, le sei fate ballerine guidate dall’innocenza e dalla giocosità di una deliziosa bambina. Esse, coordinate da una Fata Madrina molto speciale – ovvero il saggio precettore Alidoro, che impugna un libro anziché la bacchetta magica! – se ne andranno infine, leggiadre, salutando con ampi gesti la nuova vita di Angelina. Ella è cresciuta, ha realizzato i propri sogni grazie all’intelligenza e alla perseveranza, e le fate possono fare fagotto, proprio come nei libri di fiabe da cui sono uscite: il loro compito è finito, Cenerentola è diventata Principessa… anche grazie alla polvere di stelle di cui esse hanno abbondantemente cosparso il suo cammino!
Le voci, non meno delle scene e della regia, hanno contribuito alla riuscita dello spettacolo fondendosi in un equilibrio perfetto fra sentimento e commedia.
Il ruolo del titolo è una delle parti rossiniane maggiormente spettacolari, tra colorature acrobatiche e salti di grande originalità; d’altro canto, esso richiede un notevole lirismo e un’impostazione drammatica ingenua, ma non stucchevole.
Vasilisa Berzhanskaya è una Cenerentola che non teme le altezze più impervie e si muove con disinvoltura nei passaggi scuri nel registro grave, in cui sfoggia, oltre ad un timbro vellutato e un po’ umbratile, una padronanza di fraseggio impeccabile ed un legato ricco di sfumature. Le colorature ben sicure nell’uno e nell’altro registro, l’emissione ben proiettata e il bel volume sonoro, la capacità di assecondare l’evolversi del personaggio (specialmente nella canzone di apertura “Una volta c’era un re”, che ritorna nel terzetto con le Sorellastre e, quindi, nel finale, dando una direzione al suo percorso): tutto concorre a disegnare una protagonista sempre fedele a se stessa, dosando in modo sapiente il virtuosismo e scegliendo un gesto scenico misurato e quasi composto, molto in linea con la modestia di Angelina.
Il suo Principe, don Ramiro, ovvero Nico Darmanin, ha sostenuto una buona prova coadiuvata da un’ottima presenza scenica e da un timbro piacevole sebbene un po’ opaco al suo ingresso in scena. Decisamente più brillante nel secondo atto, dove una cantabilità sognante ed un’emissione sicura hanno reso magnificamente il recitativo e cabaletta «”E allor se non ti spiaccio”» – «Noi voleremo, domanderemo».
Le due sorellastre, Clorinda e Tisbe, hanno dato vita a siparietti godibilissimi con vivacità e sapiente padronanza tecnica; rispettivamente interpretate da Albina Tonkikh e Martina Myskohlid, artiste del Regio Ensemble, hanno caratterizzato con verve e precisione la ben poca sostanza dei propri personaggi, passando con disinvoltura dalla tirannia alla civetteria alla disperazione più nera!
Perfettamente calato nella parte, nonché dotato di una splendida vocalità dalle sfumature sontuose, Maharram Huseynov. Il giovane basso ha tratteggiato un Alidoro di elegante compostezza e sorridente dignità, fiducioso nel “trionfo della bontà” come delle capacità acrobatiche della sua voce.
Arrivano volutamente per ultime le due voci maschili buffe, ovvero Don Magnifico e Dandini, veri pilastri dello spettacolo, vocalmente e scenicamente.
Il Don Magnifico di Carlo Lepore, basso, ha al suo arco numerose e potenti frecce, prima fra tutte una perizia tecnica ed interpretativa che arriva direttamente dalla scuola rossiniana di Alberto Zedda nonché dalla Cenerentola allestita da Paolo Montarsolo all’Accademia di Mantova. L’emissione sicura, ben proiettata, dal timbro inconfondibile e scolpito, le variazioni sapienti, il fraseggio ben cesellato, il brio di una recitazione pronta e intelligentemente arguta: elementi sapientemente amalgamati in grado di creare momenti di vera eccellenza, specialmente nelle scene condivise con il Dandini di Roberto De Candia, baritono.
Il suo scudiero che si atteggia a Principe è un capolavoro di destrezza, che combina una voce ben proiettata, scura e lucente, ma nel contempo agile e ricca di contrasti, con una presenza scenica impeccabile, in grado di dar vita a situazioni autenticamente comiche senza mai scadere nel caricaturale.
Due grandi interpreti, che hanno saputo imprimere una direzione ben salda alla parte di “commedia” della Cenerentola senza per questo intaccarne gli afflati sentimentali.
Last but not least, come sempre, l’Orchestra del Teatro Regio, che sotto la guida esperta di un altro rossiniano “doc” quale Antonino Fogliani ha restituito, fin dalle prime battute della Sinfonia d’apertura (peraltro noto autoimprestito dalla Gazzetta), la giusta atmosfera del dramma giocoso. Il movimento introduttivo, lento e cupo, si stempera nella vivacità della forma-sonata successiva, come d’abitudine per Rossini, rispecchiando perfettamente quanto accade in scena, dove Cenerentola prima sogna ad occhi aperti davanti ad un libro e quindi è presa di mira con mille dispetti dalle sorellastre.
Il maestro Fogliani concerta in modo pulito ed attento, senza concedersi a manierismi, e senza dimenticare che in questa partitura di Rossini l’equilibrio non basta mai, ma anzi è l’ingrediente principale di una scrittura in cui il tratto comico non può prescindere da quello malinconico (e viceversa) così come la fantasia e le variazioni non possono lasciar indietro il rigore.
Una prova convincente sostenuta dalle ottime e funzionali improvvisazioni, nei recitativi al fortepiano, di Paolo Grosa, nonché da un Coro maschile – sotto la guida di Piero Monti – come sempre impeccabile.
Usciamo dal Teatro Regio di Torino, dopo questo inizio d’anno così fortunato, portando con noi gli occhi sognanti nell’assistere ad una fiaba che tanto assomiglia alla vita, e una manciata di lustrini come monito a non trascurare mai la meraviglia.