In un’atmosfera cinematografica felliniana si conclude l’ultima delle recite dell’opera Francesca da Rimini di Zandonai, opera che apre la stagione del Teatro Regio di Torino.
La tragedia fu scritta per avere un sottofondo musicale: si parla dell’amore “galeotto” tra Paolo e Francesca, con l’aggiunta del matrimonio forzato di Francesca con Gianciotto Malatesta, avvenuto per procura, per cui d’Annunzio attinse alla testimonianza di Boccaccio. Assistiamo alla recita interpretata dal secondo cast.
La potenza dell’orchestra diretta magistralmente dal M° Andrea Battistoni catapulta immediatamente lo spettatore in questo frame lirico-musicale nel primo Novecento. Sul podio, la guida dell’orchestra del Regio è energica e attenta ai dettagli timbrici. La lettura del Maestro mette in luce la scrittura complessa e colorata di Zandonai, restituendo equilibrio tra la forza drammatica delle scene collettive e la morbidezza lirica dei momenti più intimi. Il suono, denso ma mai eccessivo, accompagna con efficacia la tensione scenica fino al tragico epilogo. A primeggiare anche il coro, sapientemente istruito dal M° Ulisse Trabacchin, che fa a gara con l’orchestra, in quanto a dovizia di esecuzione e a sua volta grande quantità di suono.
La partitura impervia mette a dura prova il cast, che soccombe in parte, specie nelle zone acute, quando il forte vocale dovrebbe essere pari all’orchestra, specie per i tre protagonisti. Il soprano Ekaterina Sannikova, che interpreta il title role, ha un ottimo appeal scenico, vestendo perfettamente il ruolo, peccato il timbro a volte un po’ sforzato, e il volume, a discapito della pronuncia. Il tenore Marcelo Puente, nel ruolo di Paolo, è scenicamente un po’ impacciato e gli acuti vengono fagocitati, come già anticipato; a differenza dei magnifici centri, rotondi, scuri, a fuoco e importanti, sono un po’ indietro. Il baritono Simone Piazzola, nel ruolo di Gianciotto, ha sempre un ottimo colore vocale, che ben si sposa nei legati e nelle mezzevoci, anche se nel verismo servirebbero un’ampiezza e una grinta diversa per esprimere anche la “potenza” e “cattiveria” del ruolo, sia nel suo ingresso, sia nel terzo atto. A farla da padrona, elenchiamo: il tenore Matteo Mezzaro, superbo interprete del ruolo di Malatestino, sia per vocalità forte e ben proiettata, ed ottima (ormai rara) pronuncia, sia per interpretazione attoriale perfetta; la sorella di Francesca, Valentina Boi, con ottima vocalità ben proiettata e scura; il quartetto delle ancelle: Valentina Mastrangelo (Biancofiore), Albina Tonkikh (Garsenda), Martina Myskohilid (Altichiara), Sofia Koberidze (Donella), ottime interpreti scenicamente, e vocalmente molto sonore e ben fuse tra loro; il ruolo di Smaragdi, interpretato da Silvia Beltrami, è indubbiamente un ottimo cameo fuoriclasse. Bene gli altri interpreti e i comprimari: Devid Cecconi (Ostasio), Enzo Peroni (Ser Toldo Berardengo), Janusz Nosek (Il giullare), Daniel Umbelino (Il balestriere), Eduardo Martinez (Il torrigiano), Giovanni Castagliolo (Un prigioniero).
Il regista Andrea Bernard costruisce uno spettacolo visivamente curato, sostenuto dalle scene di Alberto Beltrame e dai costumi di Elena Beccaro. L’ambientazione in una dimora borghese decadente, più che un semplice spostamento temporale, diventa metafora di una società rigida in cui la passione non trova spazio… complice l’uso particolare delle luci, curate da Marco Alba.
La regia si muove con misura: non cerca provocazioni, ma punta a rendere leggibile il dramma interiore dei personaggi. Forse manca qualche slancio teatrale, ma l’insieme risulta coerente e di grande eleganza.
I costumi di Elena Beccaro amplificano il contrasto tra la rigidità sociale e la libertà interiore dei protagonisti. Tutto è curato, raffinato, mai ridondante: l’estetica serve il dramma, non lo sovrasta. Il corpo di ballo, non sempre in sincronia nei momenti dovuti, è stato curato da Marta Negrini.
C’è un silenzio denso, quasi fisico, quando cala il sipario sul quarto atto della Francesca da Rimini. Quel silenzio non è solo commozione: è la sensazione di aver attraversato un mondo dove la bellezza e la morte si tengono per mano. Il Teatro Regio di Torino ha riportato in scena il capolavoro di Riccardo Zandonai con una produzione che, pur moderna, non tradisce la sontuosità decadente della partitura.
Applausi per ogni fine atto e grande scroscio alla fine dell’opera per tutti!
La sala era gremita, e molti spettatori, anche molti tedeschi e francesi, si sono espressi favorevolmente nel foyer, anche durante le pause.
Il libretto di Gabriele D’Annunzio, ricco di arcaismi e immagini simboliche, conserva la sua complessità, ma la produzione torinese riesce a renderlo vivo e attuale. Francesca da Rimini resta un’opera di difficile approccio, ma anche un tesoro del repertorio italiano da valorizzare.
Questa nuova produzione del Regio conferma la volontà del teatro di coniugare tradizione e innovazione. Ottimo livello musicale e un impianto visivo elegante fanno di Francesca da Rimini un debutto di stagione di notevole spessore.
Un titolo molto particolare, ma di grande effetto, ha aperto la magnifica stagione 2025-2026 del Teatro Regio di Torino! Bravi.