L’Oriente come specchio dell’Occidente: la leggerezza come forma di profondità.
Il Teatro Regio di Torino riporta in scena, dall’8 al 16 novembre 2025, Il ratto dal serraglio di Wolfgang Amadeus Mozart (titolo originale in tedesco: Die Entführung aus dem Serail), aprendo un interessante capitolo della propria stagione con un titolo che, dietro la leggerezza dell’opera giocosa, nasconde una riflessione sorprendentemente attuale sulla libertà e sulla tolleranza.
Firmata dal regista Michel Fau, con la direzione musicale di Gianluca Capuano, la produzione — in coproduzione con l’Opéra Royal de Versailles — si presenta come un raffinato esercizio di stile, sospeso tra filologia e teatralità barocca, ma anche come un banco di prova per comprendere quanto il repertorio settecentesco possa ancora parlare al nostro presente. Michel Fau, artista dalla forte impronta visiva, sceglie di immergere Il ratto dal serraglio in un mondo volutamente teatrale, fatto di decorazioni, sipari dipinti e giochi di simmetrie. Il “serraglio” non è tanto uno spazio orientale realistico quanto una proiezione mentale dell’Occidente, un palcoscenico dell’esotico in cui si riflettono desideri, paure e contraddizioni dell’Europa illuminista. La ripresa della regia è affidata a Tristan Gouaillier e l’assistenza alla regia a Hadrien Delanis.
La scenografia di Antoine Fontaine, costruita come una sorta di teatrino neoclassico dalle tinte pastello, accoglie i personaggi in un universo chiuso e artificiale, dove la libertà è un miraggio più che una conquista. I costumi di David Belogou insistono sul contrasto tra i colori morbidi dei “cristiani” e l’opulenza quasi caricaturale del mondo ottomano, mentre le luci di Joël Fabing ne accentuano il carattere pittorico, da quadro vivente. Il risultato è un allestimento visivamente elegante, coerente con il gusto del regista, ma che a tratti rischia di confinare i personaggi in una dimensione puramente estetica, smussando la tensione drammatica. La comicità dei dialoghi, spesso giocata sul ritmo e sul gesto, talvolta si diluisce in una lentezza controllata ma non sempre necessaria. Tuttavia, l’idea centrale di Fau — quella di un Oriente come spazio mentale e morale — trova un suo senso profondo, soprattutto nei momenti più lirici e sospesi.
Sul versante musicale, il Maestro Gianluca Capuano conferma la sua reputazione di specialista del repertorio settecentesco. La sua bacchetta sceglie tempi agili, un suono trasparente e un’attenzione meticolosa ai dettagli orchestrali. L’Orchestra del Teatro Regio risponde con precisione e duttilità, restituendo la brillantezza timbrica di Mozart senza indulgere in manierismi. L’accompagnamento ai recitativi è vivido e teatrale, segno di un lavoro d’insieme che privilegia la chiarezza narrativa. Eppure, in questa lettura rigorosa, Capuano non rinuncia al calore emotivo: le grandi arie di Konstanze si stagliano con forza lirica, il quartetto finale vibra di un’intensità che travalica la leggerezza della trama. È un Mozart “classico” ma non accademico, capace di oscillare fra la precisione del pensiero e la libertà dell’invenzione.
Nel ruolo di Konstanze, Sofia Fomina offre una vocalità di bel colore, anche se nella prima ottava è poco proiettata: voce comunque abbastanza agile e un fraseggio che tende un po’ al sentimentalismo. L’aria “Martern aller Arten”, vertiginoso vertice tecnico dell’opera, è affrontata con coraggio e intensità. Belmonte, interpretato da Anthony Leon, mostra una linea elegante ben controllata e interpreta decisamente bene il ruolo: il personaggio resta nobile e dolente, e molto appassionato; ottimo il colore vocale, rotondo e vellutato. Buona prova di Pedrillo (Denzil Delaere), con un ottimo senso teatrale e una vocalità cantata discreta, con qualche limite negli acuti che rimangono meno proiettati, ma molto presente nella parte recitata. Ottima la prova di Blonde (Eleonora Bellocci), vivace e pungente, capace di rubare spesso la scena; il soprano ha un’ottima tecnica vocale e recitativa, la sua voce e il suo personaggio emergono sempre. Nel ruolo parlato di Osmin, Dimitry Ivashchenko gioca la carta della caricatura: la sua comicità è fisica, ritmata. La voce, profonda, a volte meno duttile, rende giustizia a un personaggio che non è solo buffone ma anche simbolo del potere cieco, che alla fine si arrende alla virtù della clemenza. Buona la prova, da vero basso profondo, nell’aria “O, wie will ich triumphieren”. Ben istruito il divertente coro diretto dal Maestro Ulisse Trabacchin.
La forza dell’opera di Mozart — e di questo allestimento in particolare — sta nel suo disvelare i paradossi culturali dell’Europa illuminista. Il “ratto” è solo apparentemente un atto di conquista; in realtà, è un percorso di riconciliazione e conoscenza reciproca. Il pascià Selim, ruolo parlato, affidato a un interprete di forte presenza scenica (Sebastian Wendelin), non è un tiranno ma un uomo capace di perdonare, rovesciando lo stereotipo dell’orientale crudele. Michel Fau sembra suggerire che oggi, a distanza di due secoli, siamo ancora prigionieri di quel medesimo serraglio mentale: la diffidenza verso l’altro, il gusto per l’esotico come consumo culturale, la difficoltà di riconoscere la differenza come valore e non come minaccia. In questo senso, l’allestimento torinese riesce a essere più politico che decorativo. Pur dentro una cornice estetizzante, restituisce l’anima illuminista dell’opera, quella che invita a “essere umani e buoni, e perdonare senza egoismo”, come recita il motto finale.
L’insieme dello spettacolo funziona e convince proprio perché riesce a tenere in equilibrio l’eleganza della forma e la sostanza del pensiero. Qualche lungaggine scenica e una certa freddezza iniziale vengono compensate, nel secondo atto, da una crescita costante di tensione musicale e teatrale. Il ratto dal serraglio non è mai solo un gioco di travestimenti o un divertimento di corte. È un’opera che parla di libertà, di identità, di amore come superamento del pregiudizio. La produzione del Teatro Regio riesce a restituire questa complessità con una leggerezza consapevole, capace di coniugare bellezza visiva e intelligenza drammaturgica. Un Mozart che non si limita a incantare l’orecchio, ma che invita a pensare. E forse è proprio questo, oggi, il dono più raro che il teatro possa offrire. Il pubblico torinese, attento e numeroso, accoglie la produzione con applausi calorosi, segno che l’opera buffa di Mozart continua a trovare nuove risonanze nel nostro tempo.