Alla sua ottava messa in scena della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, Giulio Ciabatti conferma ancora una volta (se ce ne fosse bisogno) la sua visione elegante e scarna, sì pur intensamente gotica, del tragico conflitto che travolge i clan degli Ashton e i Ravenswood.
Sono pochi elementi in purezza di tonalità come il bianco-grigio-nero incombenti sulla scena e scelti da Platon Bardhi ed esasperati dai tagli di luce di Andrea Gritti, a caricare l’impatto dell’intensità emotiva che non deve mai distogliere l’attenzione sui personaggi che si muovono lenti caricando il valore di ogni azione compiuta. Nessun cedimento ornamentale o rievocativo neanche negli essenziali costumi dal Teatro Nazionale e Sloveno di Maribor. Non aspettatevi abiti intrisi di sangue, furie emotive, follie isteriche o quanto di eccessivo alcuni allestimenti del passato ci hanno proposto, né pensate al carico di fosche aspettative sepolcrali di un canto d’Ossian, ma bensì Ciabatti realizza la visione di una sobria ed altera atmosfera che veste la drammaturgia donizettiana di regale luttuosità.
L’eterno femminino nell’opera contempla spesso il tema della pazzia: la troviamo in Anna Bolena, in Elvira nei Puritani o in Linda di Chamonix per citarne alcune così come ne La Finta Pazza di Sacrati o Ofelia nell’Amleto di Thomas, ma non sempre è un topos drammatico di squilibrio e demenza, spesso l’introspezione psicologica ne legge la via d’uscita dalle costrizioni imposte da convenzioni sociali o regole dinastiche, fughe da amori contrastati, impossibili da vivere e desideri di libertà irraggiungibili se non attraverso la morte.
Il dramma romantico in tre atti del 1835 su libretto di Salvatore Cammarano è tratto da The Bride of Lammermoor (La sposa di Lammermoor) scritto nel 1819 da Walter Scott; rappresentato l’ultima volta al Teatro Comunale Mario Del Monaco di Treviso nel 2017, racconta l’odio tra le due casate scozzesi e rivali del XVI secolo, e dell’amore impossibile ma suggellato in segreto con un anello tra Lucia Asthon ed Edgardo Ravenswood.
Lucia, che confida il sentimento alla sola e fidata dama di compagnia, Alisa, viene ingannata dal fratello Enrico il quale venuto a conoscenza dell’amore tra la sorella ed il rivale, decide – per ragioni politiche, di potere e di forza – di ostacolare il sentimento tra i due costringendo Lucia a sposare Lord Arturo Bucklaw – uomo ricco e potente che riporterà prestigio e onore al decaduto casato Asthon.
Per mettere in atto il suo piano, Lord Asthon, che si avvale del sicofante armigero Normanno, esibisce a Lucia una falsa lettera di Edgardo che attesta il suo tradimento. Il dolore devastante porta alla follia la giovane fanciulla che nella notte di nozze uccide Arturo e nel delirio si lascia morire. Venuto a conoscenza dell’inganno, Edgardo corre al castello cercando di incontrare un’ultima volta l’amata, ma i rintocchi di una campana gli rivelano la sua morte. Non potendo concepire la propria vita senza di lei, decide di seguire la stessa sua sorte.
Queste bellissime pagine del melodramma romantico italiano, colpiscono anni dopo in modo profondo anche il giovane Cigno di Busseto, il quale ne intercettò la potenza espressiva belcantista elevando su di essa il paradigma nel linguaggio della sua riforma musicale.
Per esaltare l’impegnativa opera lirica di Donizetti è conditio sine qua non un cast di alto livello che sappia affrontare un passato di paragoni eccellenti e, questo nuovo allestimento e produzione del Comune di Treviso – Teatro Mario Del Monaco, ci riesce superando alcune sostituzioni rispetto al cast inizialmente previsto.
Il soprano Giuliana Gianfaldoni interpreta una straordinaria Lucia perfettamente nella parte. L’espressione vocale è ben modulata e sfoggia legati e pianissimi con padronanza assoluta e tecnicamente perfetta. Nella scena della pazzia si libra in passaggi di un virtuosismo denso di pathos, pregevoli colorature e partecipazione emotiva concludendo in un sovracuto di intensità interpretativa che il pubblico, prima in immobile silenzio, esplode in minuti di applausi che sembrano non finire mai.
Andrew Kim tesse l’invisibile filo che collega la Lucia di Lammermoor di Treviso con il concorso Toti Dal Monte: nel 1973 Mariella Devia – vincitrice del concorso – iniziò con il ruolo di Lucia la sua carriera; oggi il sudcoreano tenore anch’egli vincitore dell’ultima edizione del concorso (2024), interpreta Edgardo.
La sua voce è interessante, possiede un timbro luminoso con acuti squillanti e porta con sicurezza i recitativi previsti in partitura pur con qualche spinta esibita a strafare; c’è padronanza di fraseggio e nei passaggi armonici.
Un autorevole Enrico, emerge dal baritono Jorge Martinez: ha un timbro brunito ed elegante, non eccede in minaccia interpretativa ma più in voce di ferma e suadente pressione espressiva.
Manuel Fuentes Figueira è ben inserito in un sobrio Raimondo, austero e pur avvolgente con la bella voce di basso.
Buona prova di sé Giovanna Lanza in Alisa. La dama confidente è in tormentato conflitto tra la compassione avvolgente per Lucia ed il senso del dovere verso il casato scozzese degli Ashton. La voce mezzo sopranile emerge brunita di intensa emozione e presenza scenica espressiva nel ruolo.
Andrea Schifaudo, Normanno e Massimo Frigato in Arturo, tenori che vestono bene i rispettivi panni tenendo con sicurezza linee vocali ed acuti.
Nel golfo mistico l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta è diretta dalla bacchetta del giovane Maestro Matteo Dal Maso il quale pur innestando una energia dialogante tra buca e palcoscenico, difetta talvolta nel primo atto in qualche lentezza unitaria nel gesto che spezza la tensione dell’architettura. L’assieme si ricompatta nel secondo e terzo atto, e tutte le brillanti sezioni dell’orchestra emergono con le grandi suggestioni attese dall’arpa, dal primo flauto che va segnalato, in assenza della glassarmonica, per straordinaria esecuzione nella scena della pazzia, e dai corni portatori delle fosche tinte del dramma.
Positiva la prova del Coro Lirico Veneto preparato da Alberto Pelosin che permea le ambientazioni di accenti d’ intensità nel momento del matrimonio e nel finale di grande suggestione.
Una produzione di successo conclamato da ovazioni da trattenere a stento.