A ben vedere quante regie e allestimenti esasperati si stanno stagliando sul panorama dell’opera lirica e che tante discussioni scaturiscono nella discrasia interpretativa tra quanto scritto dai compositori e la spinta autoreferenziale del far parlare di sé da parte di taluni messinscena e direttori artistici, è rassicurante per gli appassionati della tradizione, il lavoro rappresentativo dell’opera lirica pucciniana Tosca che ha trovato nel Cortile delle Milizie del Castello di San Giusto di Trieste la sua collocazione estiva.
L’impatto visivo – realizzato dalla regia di Stefania Panighini con le scene di Nicolò Cristiano – è di grande suggestione e le luci (light designer Emanuele Agliati) ed i camminamenti sulle torri merlate così come sul severo palco composto da impalcature lignee che diventano via via navata della Basilica di Sant’Andrea della Valle, palazzo Farnese, prigione di Castel Sant’Angelo, trasformano in una nuova arena che stupisce lo sguardo degli spettatori i quali colgono l’avanzare degli armigeri del plotone di esecuzione del barone Scarpia da una parte o il silenzioso fluttuare delle anime apollinee rappresentative di un dualismo delle coscienze umane dall’altra.
Lo spazio appaga la lettura fedele del libretto di Illica e la visione moderna di un mondo spinto ad un cambiamento che risulta distopico e contorto.
Perfino la croce del Te Deum trascinata al contrario in avanti da un Cristo logoro e arreso ne è evidente metafora. Nel volutamente scuro e opprimente palco, di caravaggesco impatto i colori dei bei costumi di Chiara Barrichello esaltati dai dipinti raffiguranti madonne, maddalene, angeli, santi, putti o dei ed eroi classici.
Se pur apprezzabile lo sforzo tecnico di rendere al meglio l’acustica del luogo, è inevitabile che la resa all’aperto risenta di carenti aggiustamenti delle attrezzature di diffusione sonora. La bacchetta del Maestro Enrico Calesso sull’Orchestra del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste che si esibisce in una sera dal caldo infernale, è precisa e fedele, ma è proprio l’amplificazione che appiattisce ogni tentativo di fantasia evocativa della partitura pucciniana.
Il caldo ed un improvviso e leggerissimo vento catabartico che i triestini chiamano “neverin”, non ha invece seccato la gola ad un cast straordinario per voce ed interpretazione scenica, né il buon coro della Fondazione diretto da Paolo Longo ne risente.
Il tenore Fabio Sartori è un Mario Cavaradossi di certezza assoluta: è vigoroso, squillante. La sua potenza vocale e ricca di forza interpretativa come nel suo “Vittoria! Vittoria! sia negli acuti più generosi ed impegnativi (E lucevan le stelle… ottiene un’ovazione inarrestabile) che di squisite delicatezze negli armonici pianissimi O dolci mani, mansuete e pure… è cameo di struggente bellezza.
Tosca è Elena Pankratova: vibrante ed appassionata Floria. Espressiva e ricca di colorature, possiede omogeneità negli affondi gravi e gli slanci acuti. Governa un buon legato con apprezzabili sfumature, bel fraseggio e padronanza scenica non bastano però ad un Vissi d’arte che risulta nell’invocazione un po’ algido.
Ambrogio Maestri è come un ex libris personalizzato per la parte di Scarpia: protagonista istrionico ne interpreta con maestria il personaggio nelle sue totali sfaccettature. La voce è potente, brunita e robusta.
Si muove incurante di temperature e necessità microfoniche: lui è Scarpia e ne è magister romano evidente. Il registro è ampio e deciso; incute e sostiene il potere che, soprattutto nel duetto in chiesa con Pankratova, diventa credibile paura che mina Tosca.
Si fa apprezzare il sacrestano Abramo Rosalen e così Spoletta di Andrea Schifaudo. L’Angelotti di William Corrò che pur ha voce sicura, nel suo fuggire agitato, è più vittima dei microfoni mal posizionati che di Scarpia.
Il buon basso Francesco Auriemma è Sciarrone e bene anche Damiano Locatelli nei panni del carceriere.
Bella la scelta del pastorello (Sophie Emilie Bernstein) che canta in scena nel III atto un delicato ““Io de’ sospiri” e bello il coro dei Piccoli Cantori della Città di Trieste diretti da Cristina Semeraro.
Due scelte del nuovo allestimento della Fondazione di Trieste vanno sottolineate per il grande effetto scaturito: le campane romane che riecheggiano tra le ombre nella notte del cortile sulla quale si staglia la stagionale Luna Rossa del Cervo in formazione che sono davvero emozionanti, ed il colpo di scena che sussulta il cuore del folto pubblico nel vedere d’improvviso spegnersi le luci su Floria Tosca in palco all’accorato “O Scarpia, avanti a Dio!” mentre una lama di luce inonda il punto più alto del castello ed una saetta figurante, avvolta da un rosso mantello, si lancia dai merli turriti.
Tantissimi applausi coronano il successo di questa produzione.