Quanta pregnanza di “passato carico di adesso” ne Il Trovatore di Giuseppe Verdi, secondo la celebre definizione di Walter Benjamin! Lontani frammenti di memoria che incombono implacabilmente nel presente… Nel raccapricciante prologo narrato da Ferrando, il capitano delle guardie del Conte di Luna; nel rogo della madre con la conseguente e atroce missione d’Azucena a vendicar la madre; nel rievocativo Tacea la notte placida di Leonora che le riporta alla memoria il nascere del suo amore per Manrico, con quel s’io non vivrò per esso, / per esso io morirò della cabaletta che è già inquieta predestinazione del labile confine tra amore e morte, topos imprescindibile d’ogni narrazione del Romanticismo… Si potrebbe continuare con molti altri esempi, considerando il fatto che questi affioramenti di memoria condizionano e muovono ogni azione dell’intricata trama, e danno àdito narrativo a continui misunderstanding fra i personaggi. Se a Parigi il théâtre de boulevard alla Georges Feydeau riscuoteva successi clamorosi con trame basate sulla “commedia degli equivoci”, per contro non si può trovare in contemporanea una composizione musicale più da “dramma degli equivoci” de Il Trovatore. I momenti solistici dei quattro personaggi sono come rinchiusi in una sorta d’autismo dove viene negato ogni altro-da-sé, le ossessive passioni che finiscono per accecarli hanno quella solipsistica intransigenza che genera di continuo malintesi, incomprensioni e scontri violenti: Leonora, dopo la cavatina, ingannata dall’oscurità abbraccia il Conte di Luna anziché l’amato Manrico; quest’ultimo non è soltanto un rivale in amore ma anche per politica tenzone perché si scopre che è d’ “Urgel seguace”; se Manrico risulta morto nella battaglia di Pelilla, ecco che subito l’affranta Leonora decide di prendere il velo ma l’apparizione del redivivo tra la stupefazione generale cancella l’ennesimo equivoco; Leonora poi s’avvelena subito dopo aver promesso di darsi al Conte che crede a quest’abbaglio per lui finalmente eroticissimo; il trovatore però è convinto che la sua libertà dal ceppo del boia sia dovuta al concedersi della donna senza sapere che il Conte l’avrà ma fredda, esanime spoglia; rivelazione catartica è poi quella finale di Azucena che permette la chiusura di sipario con un tombale Egli era tuo fratello! Insomma, tutto un trovarobato di nascondimenti ed agnizioni che Verdi ha saputo trasformare in un miracoloso continuum di musica e di canto.
Dopo la sua creazione nel novembre 2023 all’Opéra Théâtre di Saint-Étienne, coprodotta e ripresa lo scorso anno all’Opéra municipal di Marsiglia, quest’edizione de Il Trovatore verdiano ha il suo ulteriore approdo al Teatro Verdi di Trieste. Una produzione che, se non mostra alcun memorabile lampo di ricerca registica, almeno non fa danni all’esecuzione musicale come quelli d’Alvis Hermanis al Festival di Salisburgo d’una decina d’anni fa, dove i protagonisti dell’opera, in moderna divisa di guide e custodi d’una pinacoteca, accompagnano gli spettatori in una visita immaginaria dove venivano dipanate le intricate vicende del romanzo El Trovador di Antonio Garcia Gutiérrez dalle quali Salvatore Cammarano ha tratto il libretto. Quindi, una regia innocua quella di Louis Désiré con le scene e i costumi di Diego Méndez Casariego che sembra il Bignami del diligente metteur en scene alla Patrice Chéreau, con noiosa sequela d’epigoni da rimembranze con cannocchiale rovesciato del suo splendido ed epocale Ring a Bayreuth diretto da Pierre Boulez (1976, mezzo secolo fa esatto!) e d’altre sue regie restituite in copia carbone, anche di prosa. Apriamo dunque ‘sto Bignami à la Chereau triestino: luci radenti che scontornano protagonisti e masse corali in grandi agitazioni su un palcoscenico perennemente avvolto dalle tenebre; scene a pannelli qui-e-là / su-e-giù a guisa di pareti industriali d’effetto delabré e dalle prevedibili sfumature d’un brunito metallo ossidato; lacerti di scenografia a scomparsa che fanno apparire un qualcosa sullo sfondo super-illuminato nel total black del proscenio; nessuna suppellettile, in quest’oscura notte solo pochi e ben mimetizzati oggetti d’arredo: un grande pouf a forma di basso parallelepipedo, una sedia per ciascun corista, un talamo; tutti i costumi rigidamente di foggia “cappottone lugubre nelle sfumature nero-grigie da eterno inverno” ma con qualche variante, tipo coristi in camicia bianca imbretellata per dare un candido tocco al tenebroso circondario… Invero Louis Désiré gioca facile: Il Trovatore è opera notturna tout court, dall’inizio retrospettivo di Ferrando alla vorticosa scena finale dove in due minuti muoiono praticamente tutti i protagonisti in successione (grandezza icastica nell’evolversi del racconto e inarrivabile potenza musicale di Verdi, così felicemente aliene alle implacabili fleboclisi narrative wagneriane!). In più, un gruppo d’incongrui figuranti nerovestiti s’aggirano nelle tenebre in azioni mimiche del tutto inutili, tranne forse all’inizio durante il prologo di Ferrando dove vengono mimate le tragiche vicende anteriori a ciò che di terribile si scatenerà di lì a poco. Al limite del ridicolo, durante il coro Squilli, echeggi la tromba guerriera, / chiami all’armi, alle pugne, all’assalto, queste figurette gesticolano dietro ai coristi insensatamente come presi da non si sa qual frenesia e ci si chiede il perché. Ma che avant-gard registica!
In più, essendo peraltro tutt’è quattro i protagonisti giunti a quel ben consapevole e al contempo svagato “uso di mondo” divistico, ogni volta comprovato a furor d’ovazione sui più importanti teatri internazionali, il persuaso carisma della loro semplice apparizione sul palcoscenico ha loro permesso un certo mood personale alla recitazione: come in un consumato trattato ottocentesco di precetti sulla scenica scienza sanno bene la movenza adattandosi efficacemente il personaggio nelle entrate, uscite, gestualità, espressioni del volto senza badar più di tanto a qualsivoglia idea registica (quando si dice la sprezzatura disincantata che solo i grandi cantanti possiedono!).
Con la sempre ineccepibile presenza del coro del Teatro Verdi ben istruito da Paolo Longo per fortuna in questa regia manlevato dall’usuale colpir di martelli e incudini nel Vedi! le fosche notturne spoglie, la conduzione dello spagnolo Jordi Bernàcer s’è dimostrata di caratura schiettamente verdiana. Attraverso una ben marcata ma mai grossolana descrizione musicale delle atmosfere e dei moti interiori dei personaggi, il direttore ha evitato che il volume orchestrale sovrastasse il canto, che s’è potuto quindi ascoltare nitido e sempre in primo piano.
Nella sua pura essenza di soprano drammatico d’agilità, quando Anna Pirozzi ha colleghi del suo valore, e in più se si sente accompagnata da un direttore che le stende un tappeto musicale di tal verdiana genuinità, dà il massimo delle sue possibilità vocali, alla faccia soprattutto dei body-shaming che qualche sciocco chiattillo oppure ‘nciucessa vaiassa le evidenziano ancora (e lei, così splendidamente napoletana, sa cosa significano queste parole, con l’aggiunta d’un bello sciò sciò ciucciuè!). La sua Leonora, pur con momenti d’un sognante abbandono lirico, ha tutta l’intransigenza e l’imperativa determinazione delle sue Abigaille, Lady Macbeth, Dorabella, Elvira… Nel tenero Tacea la notte placida ci fa ascoltare un luminoso e indimenticabile inno all’amore, peraltro in una composizione musicale sempre così a tinte fosche, con quel con espansione in tempo di 6/8 sul Gioia provai che agl’angeli / solo è provar concesso oppure, alla fine dell’opera, lo spezzare in singhiozzi dolenti Prima… che d’altri… vivere / io… volli tua morir!
Manrico era il tenore Yusif Eyvazov, tutto compreso nell’irruenta presenza scenica di giovane di zingaro dal sangue caldo, con una salda voce dal bel timbro, piena e omogenea e con un penetrante squillo, soprattutto nella spavalda baldanza nell’affrontare Di quella pira col suo bel da capo che tutti aspettavano e che è stata giubilata da applausi scoscianti. Appena prima, ha cantato con accenti d’eccellenza un Ah sì, ben mio, in pieno rispetto d’un cantabile con espressione come scritto in partitura, ma anche aggiungendo un tocco di sospesa malinconia: un’aria che il grande musicologo Michele Girardi, scomparso lo scorso anno e sempre rimpianto per la lucida intelligenza nel farci riflettere sule cose della musica, considerava la più bella melodia che Verdi avesse destinato alla voce di tenore. Coinvolgente esecuzione, poi, nei due splendidi duetti finali; il primo con la madre Azucena morente in cui porge una frase così piena di filiale tenerezza Alcuno, ti rassicura… […] …alcuno qui non volge, sciogliendosi subito dopo nella protettiva dolcezza di un commovente Se m’ami ancor, se voce / di figlio ha possa d’una madre in seno, / ai terrori dell’alma / oblio cerca nel sonno, e posa e calma che solo chi ha assistito una madre negli ultimi istanti può capire (e Verdi perse la madre proprio nelle settimane della composizione de Il Trovatore). Poi, un fulmine: il duetto tra Eyvazov e la Pirozzi elevano al massimo grado in un ritmo incalzante Che!… non m’inganna quel fioco lume? a cui risponde affannata Leonora, anche lei morente, con un palpitante Son io, Manrico!… […] Tu non morrai!… vengo a salvarti. Nel gioco degli equivoci di cui si diceva all’inizio, esplode il trascinante “calor bianco” verdiano Ha quest’infame l’amor venduto! / venduto un core che mio giurò! fino a chiusura di sipario. Musicale felicità non molto spesso c’è data, eppure momenti come questi di tanto in tanto ce la concedono!
Il coreano Youngjun Park era il Conte di Luna: una presenza vocale imponente – tracimante, si potrebbe aggiungere – con tutte le necessarie proprietà e attributi d’una voce che si può ben permettere tutto il repertorio verdiano per quanto riguarda il registro baritonale. Anche se non in possesso di gran scioltezza di movimenti sul palcoscenico, il suo canto è dominante e imperioso come gli impone il personaggio: il suo Conte di Luna sembra infatti vivere solo in un eterno presente, schiavo della sua passione accecata e totalizzante per Leonora. Soggiogato da un erotismo che non gli pone nessun freno, non è certo preso da dubbi e tantomeno s’arrovella: geloso e tracotante, dall’inizio alla fine dell’opera vuole soltanto annientare il suo rivale e amare la donna. Mai come per Il Trovatore è valida la famosa frase di George Bernard Shaw: “L’opera lirica è quella rappresentazione in cui il tenore cerca di portarsi a letto il soprano, ma c’è sempre un baritono che glielo vuole impedire”.
Daniela Barcellona debutta proprio nel teatro della sua città il ruolo di Azucena. Personaggio di grande complessità, trincerato psicologicamente nell’ambivalenza tra viscerale amor materno e disumana ossessione di vendetta, unico personaggio di madre fra tutte le composizioni del grande musicista che può a buon diritto essere inserita nel crudele pantheon dei molti padri distruttivi dell’opera omnia verdiana: solo per rimanere nella famosa Trilogia, Rigoletto dopo il rapimento e conseguente perdita della purezza della figlia Gilda e Germont nel proditorio quanto crudele “far fuori” la povera Violetta che ha osato sovvertire il suo consolidato e borghese ordine sociale. L’evocazione del fuoco e del rogo crea un contesto drammaturgico che ricorre di continuo e l’intensa Azucena della Barcellona lo assume in sé anche visivamente attraverso un ampio velo scarlatto che ogni tanto l’ammanta integralmente o che lei raccoglie e plasma trasformandolo in un neonato da ninnare. Ma è la revenant frase Mi vendica… mi vendica! che si fa indelebile segno vocale: lo straziante grido della madre che brucia sul rogo e le risuona di continuo nella testa, tanto che il mezzosoprano ne restituisce l’eco nella straordinaria esecuzione dei due paurosi racconti Stride la vampa e Condotta ell’era in ceppi. Una bella voce scura e potente, vellutata e con facilità in acuto, che s’è irrobustita nel tempo e le ha permesso di passare dal repertorio rossiniano di cui è da sempre grande interprete a ruoli decisamente nuovi, come nel recente debutto nella Brangäne del Tristan und Isolde al Teatro Carlo Felice di Genova. Come per ogni ruolo verdiano, ci sono precipui momenti nella partitura di Azucena che per me sono spie della qualità interpretativa d’una cantante: ad esempio nell’Andante mosso in 3/8 a mo’ di ballata Giorni poveri vivea, / pur contenta del mio stato dove si deve palesare un canto che molto dipende dai livelli di naturale musicalità, d’intelligenza espressiva, di capacità di scolpire in termini di dizione ogni singola parola. Oppure, nel teso canto di concitazione, così importante nell’opera di Verdi, con quel disperato sol naturale dell’urlo di dolore Ah! seguito poi da un acceso Deh! rallentate, oh barbari, / le acerbe mie ritorte… Ecco, si può con certezza affermare che il lavoro di studio fatto dalla Barcellona per questo personaggio è affatto esemplare, come fosse già stato interpretato in passato e ben approfondito: c’è tutta la contraltìle memoria della sua Ulrica de Il Ballo in Maschera ma al contempo una novità di accenti d’assoluta eccellenza, che in questo felice momento della sua carriera le possono anche aprire a un repertorio d’altre opere e d’altri compositori, come avvenne in passato alla grande Fedora Barbieri, vera triestina come lei, che ha festeggiato centonove ruoli e sessant’anni di carriera come Mamma Lucia ne La Cavalleria rusticana al Maggio Musicale Fiorentino nel 2000.
Nessuna sorpresa per il ruolo di Ferrando di Carlo Lepore, conosciamo da tempo la sua bella voce dai suoi esordi nel Don Basilio rossiniano al Teatro dell’Opera di Roma fino alla recente Cenerentola al Regio di Torino come Don Magnifico. I ruoli verdiani come questo gli sono congeniali per la potenza vocale e l’intenso timbro scuro, peraltro dotato d’un vibrato molto rilevante. Ferrante non è un semplice personaggio a latere ma una figura di raccordo che è al contempo valente guerriero e scellerato sgherro. Un ottimo risultato, quindi, la scena iniziale con l’Andante Mosso del Di due figli vivea padre beato / il buon Conte di Luna seguito dall’Allegretto del celebre Abbietta zingara, fosca, vegliarda! cantato come un lugubre valzer.
Completavano in modo egregio tutto il cast l’Ines di Erika Zulikha Benato e il Ruiz di Andrea Binetti, con i brevi interventi del messo Alessandro di Domenico e del vecchio zingaro, Daniele Cusari.