Vulnerant omnes, ultima necat è la frase scolpita che domina l’arco dell’impianto scenico de “La clemenza di Tito”, il dramma serio per musica in due atti Kv 621 di Wolfgang Amadeus Mozart (1791) su libretto di Caterino Mazzolà (un altro librettista e poeta veneto scelto dopo il licenziamento di Lorenzo Da Ponte) e tratto da Metastasio, che il Teatro La Fenice ha scelto per aprire la sua stagione lirica 2025-2026.
Il monito attribuito a Seneca il Vecchio sul passare delle ore, ma più correttamente del tempo, le quali tutte scorrono o feriscono nel trascorrere della vita, ma è l’ultima che ci sarà vicina nella morte, è metafora della provvisorietà dei nostri giorni e quindi – proprio per questo – valevoli di essere vissuti appieno.
Tito è un imperatore romano saggio e convinto che il governo del suo territorio non si impone attraverso il dominio e la potenza dell’autorità, ma e soprattutto, tramite il vigore dell’autorevolezza, la capacità di coesione della verità e con essi la persuasione della clemenza (…Di pubblicar procura che grato a me si rende, più del falso che piace, il ver che offende. (…) Non dovrebbero i regnanti tollerar si grave affanno, per distinguer dall’inganno l’insidiata verità…).
Nelle vicende e negli intrecci che tendono a insidiare il suo impero oltre che i suoi sentimenti, il nuovo allestimento del proscenio con le scene e i costumi di Gary McCann, colloca Tito in una sorta di marmoreo, candido e imponente altare in Roma che ricorda l’arte augustea dell’Ara Pacis con le sue statue e i suoi bassorilievi, in una fusione di linee architettoniche moderne e di richiamo neoclassico, nella quale le luci di Fabio Barettin stagliano e concentrano l’attenzione sui personaggi che si avvicendano in abiti vintage e di esaltato effetto cromatico. In questo contesto scenico non sempre le scelte del regista Paul Curran sono apprezzabili e di facile lettura; se la distruzione di Roma a causa di un incendio ha la forte simbologia delle macerie aguzze incombenti sulla città, l’ingresso di Tito dopo l’attentato subìto e allettato in barella d’ospedale con tanto di flebo, monitor e infermieri, non convince e lascia perplessi. Ma saremo clementi anche noi.
Il vero fascino di questa produzione convoglia e appaga l’attenzione in una direzione orchestrale di pregio. Ivor Bolton, maestro concertatore e direttore, governa – aggiungendo il personale tocco al clavicembalo – un’eccellente Orchestra del Teatro e la sua prestigiosa bacchetta, celebre sia per la musica barocca che classica, è quanto di più versatile si possa chiedere alla lettura dello spartito settecentesco. L’accompagnamento esecutivo ed emotivo, sia orchestrale, del coro e dei cantanti, è pura simbiosi di alta qualità musicale. Alcuni duetti tra voce solista e clarinetto sono di una bellezza da ricordare.
Tito ha la voce del tenore Daniel Behle: presenza scenica ed eleganza nel fraseggio infondono statura al personaggio. La voce è ampia, con buon impeto sonoro centrale e di resa nelle spinte acute drammatiche (Che orror! che tradimento! Che nera infedeltà! Fingersi amico! essermi sempre al fianco: ogni momento esiger dal mio core qualche prova d’amore; e starmi intanto preparando la morte!); in altre tende talvolta al falsetto e non sempre risultano convincenti i pianissimi.
Anastasia Bartoli è Vitellia. Il timbro del soprano è espressivo del carattere del personaggio: possiede grinta, temperamento, agilità, svetta decisa negli acuti con nervosismo adeguato nel rappresentare l’ira o la gelosia; in qualche passaggio nell’esprimere pentimento o dolore (…Infelice! Qual orrore! Ah! Di me che si dirà? Chi vedesse il mio dolore, pur avria di me pietà?) manca un po’ di morbidezza nelle sfumature dei suoni.
Cattura in fascino esecutivo la prova di Cecilia Molinari nell’interpretazione en travesti di Sesto. I virtuosismi e l’agilità del mezzosoprano danno prova di esperta definizione mozartiana. Limpida, accurata, morbida, ricca di colorature ineccepibili e di grande resa emotiva e recitativa, esalta in modo eccezionale, in alcuni impegnativi transiti di registro, la fusione tra il passaggio dal clavicembalo all’ensemble orchestrale (Disperato vado a morte; Ma il morir non mi spaventa; il pensiero mi tormenta che fui teco un traditor! Tanto affanno soffre un core, né si more di dolor!).
Bene nel ruolo di Annio il controtenore Nicolò Balducci; il ruolo è particolarmente impegnativo e difficile da interpretare, ma la sua voce sicura in ogni passaggio rende credibile il personaggio.
Anche Francesca Aspromonte rende in modo apprezzabile il ruolo di Servilia. La sua riconosciuta vocalità sopranile barocca possiede un bel timbro chiaro e di fine musicalità accompagnata da garbato gesto scenico.
Adeguato al personaggio di Publio, Domenico Apollonio: il giovane basso ha buone duttilità vocali.
Ultimo ma non ultimo, al Coro del Teatro, con la direzione di Alfonso Caiani, va riconosciuto il contributo di una Première d’opera da ricordare.
Tanti minuti di applausi calorosi si sono mescolati a una partecipata “nevicata” di volantini di protesta per il tormentato caso dell’avvento di Beatrice Venezi alla direzione musicale del teatro.