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Venezia, Teatro La Fenice: Simon Boccanegra

  • Venezia, Teatro La Fenice Simon Boccanegra - ph Michele Crosera - recensione Opera Mundus

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Questo Simon Boccanegra messo in scena alla Fenice ha una peculiarità che lo rende uno degli eventi verdiani più interessanti dell’anno. Il concertatore e direttore è Renato Palumbo che nell’agosto del 1999, al Festival della Valle d’Itria a Martina Franca, diresse la prima versione del 1857 (registrata dal vivo e oggi reperibile in CD: CDS 268/1-2 Dynamic 2000). La profonda conoscenza filologica tra questa prima versione e la radicale revisione che Giuseppe Verdi comporrà ventiquattro anni dopo, ha permesso al direttore molte riflessioni su come la partitura dell’opera s’è rinnovata tramutandosi nella versione straordinaria del 1881 per la Scala, quella da lui eseguita oggi nel teatro veneziano.

Nel 1856 infatti Francesco Maria Piave propose a Verdi, dopo il successo de Il Trovatore tratto da El Trovador di Antonio García Gutiérrez, un’opera tratta da un altro romanzo a tinte fosche dello scrittore spagnolo, il Simón Bocanegra pubblicato qualche anno prima. La committenza era la Fenice e a una prima lettura le componenti narrative che potevano appassionare il compositore c’erano tutte: Genova, una città che sarà negli anni successivi uno dei suoi luoghi di soggiorno più amati; una guerra civile in corso; un imponente protagonista pensabile peraltro come baritono, il registro vocale più amato; un personaggio femminile risolutore d’accecate controversie; una storia dolente e ricca di colpi di scena (anche troppi, da intrico alquanto aggrovigliato). Ma la sera della prima alla Fenice, il 12 marzo 1857, l’opera fu un fiasco e alcune righe scritte da Verdi subito dopo ne testimoniano tutta l’amarezza: “Jeri sera cominciarono i guai: vi fu la prima recita del Boccanegra che ha fatto fiasco quasi altrettanto grande che quello della Traviata. Credeva di aver fatto qualche cosa di passabile ma pare che mi sia sbagliato. Vedremo in seguito chi avrà torto”. L’opera fu un insuccesso anche nelle repliche e scomparve dal repertorio. Oggi possiamo con cognizione di causa affermare che in quell’occasione il pubblico veneziano ebbe torto: da sempre verdiano viscerale, una delle mie esperienze più indimenticabili e risolutive da spettatore d’opera è stata di sicuro la ripresa di quel Simon Boccanegra scaligero, un freddo dicembre 1978, diretto da Claudio Abbado e con la regia di Giorgio Strehler: Cappuccilli, Ghiaurov, Freni, Luchetti…

La versione del Boccanegra del 1857 in fondo s’inserisce negli ultimi “anni di galera“, e bisognerà aspettare la grande fama internazionale del compositore e ben ventiquattr’anni per poter riscattare il fiasco veneziano con questa revisione del 1881: merito dell’editore Giulio Ricordi e soprattutto di Arrigo Boito che stava già lavorando con Verdi al progetto dell’Otello. Molti furono gli interventi fatti sul libretto e in partitura, spesso di rifinitura ma anche in momenti compositivi inediti. La spettacolarità delle scene del grand-opéra, soprattutto i fecondi contatti con le più importanti istituzioni musicali europee e con i grandi teatri di Londra e Parigi, Vienna e San Pietroburgo non erano passati invano: l’ultima fase creativa di Verdi dimostra una maestria tecnica che ogni volta ci meraviglia, ci turba e al contempo ci consola.

Il concertatore e direttore Renato Palumbo – da fine conoscitore in termini musicologici delle due versioni del Simon Boccanegra – ci consegna un eccellente valore aggiunto alla sua interpretazione, e non certo compressa in una didascalica disamina musicale: piuttosto, in un dispositivo orchestrale che restituisce in modo molto partecipato tutto lo sfarzo agogico, la funzione dell’effetto drammatico, l’abbandono lirico e il necessario “calor bianco” verdiano. L’orchestra della Fenice sa riconoscere bene il valore dei direttori che salgono sul podio, se ben guidata produce un’immediata riconoscibilità di suono che in Italia in poche possiedono: quella di Santa Cecilia, la Filarmonica della Scala… Merito dell’eccellente lavoro fatto negli anni da Myung-Whun Chung che, ad esempio nell’Otello della scorsa stagione, ci ha concesso una memorabile lezione di poetica verdiana in ogni singola battuta della partitura. Anche, in contemporanea, nell’intensa Traviata di Diego Mateusz e nei successivi Rigoletto, Attila fino a questo Simon Boccanegra di Renato Palumbo. Dell’imminente quanto inevitabile sgangheramento di questo peculiare e superbo suono dell’orchestra della Fenice non è dato sapere!

Nel solco fecondo di questa tradizione esecutiva delle opere di Verdi del teatro veneziano, il direttore è convincente fino da quei pochi minuti iniziali d’allegro moderato che fa capire quale sarà la caratura della conduzione orchestrale, con gli archi in pp e poi l’attacco dei fiati in ppp: tutto così notturno, inquieto, ondeggiante come il mare… E nella scena finale del prologo – il coro è stato ottimamente preparato da Alfonso Caiani – nel mettere in risalto il giubilo dei popolani genovesi Viva Simon! : si dovranno aspettare anni per risentire, nella scena dell’incoronazione del Boris Godunov di Modest Musorgskij, un analogo dispiego di campane a stormo come nell’elezione del Boccanegra a Doge. Oppure nella conduzione analitica del grande pezzo d’assieme conseguente all’andante mosso dell’imperioso canto con maestà di Simone Plebe! Patrizi! Popolo, con tutti i protagonisti e il coro in uno dei concertati più travolgenti di tutta l’opera verdiana.

Ribadisco in questo senso quanto già scritto su Luca Salsi: mi chiedo sempre se la sua nascita a San Secondo parmense, una quindicina di chilometri da Busseto, abbia permesso al genius loci della terra di Giuseppe Verdi di concedergli così a fondo l’intima adesione “carne e sangue” ai suoi personaggi baritonali; una segreta somiglianza con uno dei più grandi tenori verdiani del secolo scorso, Carlo Bergonzi bussetano DOC come il lambrusco della Salsamenteria Baratta. In un’intervista, Salsi ha affermato che Simon Boccanegra è il ruolo verdiano che predilige in assoluto, anche se non l’ha interpretato tante volte quanto Rigoletto, Nabucco e Macbeth. Lo dimostra il suo progressivo approfondimento interpretativo, dal debutto al Petruzzelli di Bari nel 2019: un carisma scenico che dà centralità assoluta al personaggio e un canto che s’erge potente ma sa anche plasmarsi nei piano e pianissimo di chiaroscurali mezzevoci; il sorgivo bel timbro baritonale e l’omogeneità vocale che svetta senza problemi in acuto; la scolpitura da manuale del fraseggio, sempre perfettamente legato, e la ricerca introspettiva delle tante sfaccettature del carattere di Boccanegra; la sua straordinaria umanità esaltata dai più nobili sentimenti e attitudini, non certo d’infecondo rango aristocratico ma di magnanima quanto autorevole partecipazione civica: doge dei Genovesi ma anche rude corsaro, la stessa consapevole solitudine d’un uomo che detiene il potere e che ha passato la vita sul mare. E il mare ritorna quando Salsi, contemplando il golfo di Genova nella lunga agonia dell’avvelenamento, scolpisce ogni parola in una sorta d’assolo Ah! ch’io respiri / l’aura beata del libero cielo! con quel seguente tremolo degli archi in ppp e in moderato che accompagnano Oh refrigerio!… la marina brezza!… / Il mare!… il mare!… Un vertice musicale verdiano che farà dire a Luigi Dallapiccola in uno scritto: “uno degli esempi più grandi di descrizione del paesaggio o di ‘voce della natura’ che si possano riscontrare nella storia dell’opera italiana”.

Al Boccanegra di Salsi s’oppone lo Jacopo Fiesco/Andrea Grimaldi di Alex Esposito, basso profondo di rimarchevole presenza scenica e vocale che nell’aria di sortita Il lacerato spirito delinea in virtù d’un canto d’eccellenza l’inconsolabile dolore della morte della figlia, il sordo rancore nei confronti di Simone, il rigido carattere aristocratico del personaggio. Un’incantevole voce bronzea che sa declinare al meglio l’accento d’ogni frase, dall’incandescenza d’una rabbia mai sopita alla scoperta così tenera d’essere il nonno di Amelia. Raggiunge poi nei due duetti col protagonista il climax verdiano più alto: nel prologo, con un Salsi dagli accenti giovanili e ardenti e un Esposito accecato da un’ira fremente; in quello dell’inizio del terzo atto, nella reciproca pietas e nello scambio del perdono fra due vecchi che hanno conosciuto la vita attraverso le afflizioni più dolorose.

Francesca Dotto era al suo debutto nel ruolo di Amelia, una presenza scenica rilevante e più che perfetta come physique du rôle, ma non sempre vocalmente a suo agio in questa difficile parte. Se il fraseggio è sempre espressivo e la dizione ottimamente scandita nella celebre aria Come in quest’ora bruna, la voce in acuto tende spesso a inasprirsi, a perdere quella luminosità necessaria all’abbandono lirico. Un registro centrale comunque di gran pregio che le permette accenti carezzevoli e belle mezzevoci, come nella scena così ricca di palpitante inquietudine con Gabriele Adorno nel giardino dei Grimaldi Anima mia! (…) Perché sì tardi giungi? Oppure in quella dell’agnizione d’esser figlia del Doge che inizia con Favella il Doge ad Amelia Grimaldi? (…) Così nomata sono, dove ci fa ascoltare un canto che bene esplicita tutta la maturità affettiva del personaggio, rivelandosi peraltro la partner accettabile d’un Salsi qui mattatore assoluto e ben degno del Cappuccilli scaligero degli anni ’70.

Il genovese Francesco Meli era il genovese Gabriele Adorno, personaggio lontano dalla statura etica d’un Ernani ma ruolo tenorile più vicino a Rodolfo della Luisa Miller oppure a Manrico, sempre vittime dei loro temperamentosi caratteri molto poco votati alla ragionevolezza. Meli possiede una bellissima voce di tenore lirico e, nella sua lunga carriera, ha saputo raccontarci le storie di tanti giovani uomini del repertorio verdiano; ha ben capito che Gabriele è una figura irruenta e volubile: ultimo della schiatta genovese degli Adorno possiede tutta la supponenza d’un aristocratico che nell’agire si fa scudo d’ogni privilegio di casta; ama Amelia ma non le crede come Otello con Desdemona; dimostra viltà quando prende la decisione d’assassinare a tradimento il Boccanegra; si riscatta soltanto a conclusione d’opera, quando viene svelata ogni verità sulla bontà d’animo del Doge… L’interpretazione di Meli è quindi tutta ardore di passione e veemente slancio, risolta con l’impeto d’un nitido fraseggio e d’una magistrale salita all’acuto.

Paolo Albiani è il villain di turno che ordisce tutte le trame senza però possedere l’affascinante malvagità labirintica d’uno Jago, ed è interpretato da Simone Alberghini, talvolta in difficoltà nel controllo dell’emissione ma una notevole presenza scenica e una voce baritonale dalla declamazione possente fin dalle prime battute dell’opera nell’incontro con l’amico Boccanegra e nella seguente chiamata del popolo Taceranno. L’atra magion vedete?… de’ Fieschi è l’empio ostello.

Ottimo Alberto Comes come Pietro sia dal punto di vista scenico che vocale e una buona prova puntuale per Safa Korkmaz, capitano dei balestrieri, e per Yeoreum Han, l’ancella di Amelia.

La regia, in collaborazione con il drammaturgo Benedetto Sicca era di Luca Micheletti, mentre le belle scene di Leila Fteita, i costumi di Anna Biagiotti e la cura delle luci di Giuseppe Di Iorio. Molto eclettico, Luca Micheletti: baritono straordinario, uno dei migliori della sua generazione (i suoi recenti Jago alla Fenice diretto da Myung-Whun Chung e Ford alla Scala con Daniele Gatti sul podio, lo hanno egregiamente dimostrato); poi, regista teatrale che ben conosce e mette a frutto i modi e i tempi della scena e anche puro attore che ha saputo modellare tanti personaggi sui palcoscenici non solo operistici ma di prosa, con prestigiosi riconoscimenti come il Premio Ubu (2011) e il Premio Internazionale Pirandello (2015); non ultimo, scrittore efficace di romanzi come Tutta la felicità (ed. Sedizioni, 2015), traduttore e adattatore drammaturgico. Ammirevole dunque un’intelligenza teatrale tanto curiosa e sperimentatrice che s’avvale di più strumenti creativi per dare scena alle sue visioni. Ma, purtroppo a danno di voli inventivi così multidisciplinari, sarebbe auspicabile il vederlo concentrato su ciò che d’eccellenza gli riesce: la sua carriera di cantante! La regia di questo Simon Boccanegra è infatti funzionale allo sviluppo drammaturgico dell’intricato libretto ma nulla più, proficua occasione comunque d’un fruttifero rapporto con Luca Salsi nei panni del Doge di Genova, nella speranza d’un suo debutto nello stesso ruolo in tempi non troppo lunghi. Un lavoro scenico onesto per quest’opera: teatro nel più genuino senso della parola, cioè avulso da costipazione d’effetti ipertecnologici (sono appena reduce dai facili eccessi in video mapping della Bohème romana di Davide Livermore). Ed ecco claustrofobiche mura tra proscenio e quinte con un mare dipinto in gran tempesta, una nera cappelletta gotica dai lugubri velari che fa da letto e catafalco a Boccanegra, ripide scale spostate qui e là, strutture monumentali in legno per la Sala del Consiglio nel Palazzo degli Abati e per il nudo scafo d’una nave che nel finale giganteggia sullo sfondo, costumi di un’atemporalità tra Medioevo e Ottocento… In termini di recitazione, la conduzione dei protagonisti, dei figuranti e delle masse corali è stata non priva d’efficacia, tutto sommato inoffensiva perché in sintonia coi dettati del libretto, con un momento apicale nella conclusiva derelizione di Boccanegra, anche grazie al consumato e superbo mestiere di Salsi.

23 gennaio 2026 – Simon Boccanegra – Teatro La Fenice

Musica di Giuseppe Verdi

Libretto di Francesco Maria Piave

 

con aggiunte e modifiche di Arrigo Boito

(versione 1881)

 

dal dramma Simón Bocanegra di Antonio García Gutiérrez

 

Prima rappresentazione assoluta:

Venezia, Teatro La Fenice, 12 marzo 1857

Prima rappresentazione della nuova versione:

Milano, Teatro alla Scala, 24 marzo 1881

CAST

Maestro concertatore e direttore Renato Palumbo

Maestro del Coro Alfonso Caiani

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

 

regia Luca Micheletti

scene Leila Fteita

drammaturgo e aiuto regista Benedetto Sicca

costumi Anna Biagiotti

light designer Giuseppe Di Iorio

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice

 

Simon Boccanegra Luca Salsi

Jacopo Fiesco Alex Esposito

Paolo Albiani Simone Alberghini

Pietro Alberto Comes

Maria Boccanegra Francesca Dotto

Jacopo Fiesco Alex Esposito

Gabriele Adorno Francesco Meli

Paolo Albiani Simone Alberghini

Un capitano dei balestrieri Safa Korkmaz

Un’ancella di Amelia Yeoreum Han

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Emilio Pappini

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