Ricorrono i 125 anni dalla prima rappresentazione a Roma di Tosca di Giacomo Puccini su libretto di Illica e Giacosa, e se pur successivamente l’opera ha subito, da parte degli autori stessi, alcuni rimaneggiamenti, il tessuto compositivo di Puccini ben poco margine lascia a fantasiose interpretazioni e soprattutto a collocazioni storiche.
Nel primo atto la basilica di Sant’Andrea della Valle in Roma è il luogo nel quale lavora alla sua Maddalena il pittore Mario Cavaradossi e dove inizialmente si rifugia, nella cappella degli Attavanti, il bonapartista Angelotti fuggito di prigione.
Nel secondo atto è Palazzo Farnese lo scenario della turpe vicenda tra il laido capo della polizia papalina Scarpia e la gelosa e apparentemente fragile cantante Floria Tosca.
Il vincolo scenografico del terzo atto pucciniano è Castel Sant’Angelo, prigione fortezza dove viene rinchiuso Cavaradossi in attesa della sua esecuzione e bastione che farà da precipizio nella fuga e suicidio finale di Tosca.
Tutti luoghi questi, espressione di quell’opprimente e tumultuoso contesto storico fine settecento inizio ottocento che vide la caduta della Repubblica Romana, la restaurazione dello Stato Pontificio, da una parte i sostenitori di Napoleone Bonaparte e le forze austriache e napoletane dall’altra, culminata tra i fiumi Bormida e Scrivia con la battaglia di Marengo.
Nonostante questo tessuto fitto di precisi riferimenti, la regia di Joan Anton Rechi con le scenografie di Gabriel Insignares, tenta una nuova ed originale produzione collocando la drammatica vicenda in un contesto che si vorrebbe inserito intorno agli anni cinquanta/sessanta e che trasuda di quell’oscuro totalitarismo che la storia ha visto nella Spagna di Franco o nei regimi del terrore argentini nei quali le peggiori nefandezze venivano autorizzate per soffocare il dissenso.
Ecco che la Basilica di Sant’Andrea della Valle diventa una facciata di chiesa in restauro tra il ferrame dei ponteggi e nella stessa avvengono i primi abboccamenti del sospetto tradimento con la sensazione che vi aleggi anche il pavido supporto della congregazione religiosa a spalleggiare il potere esecutivo; la processione del Te Deum infatti, ricorda quegli inchini di stampo mafioso che ancora oggi fanno discutere.
In una sorta di Plaza Major è parcheggiata quella che sembra una Chrysler Crown Imperial o una BMW 501(?) nera, luccicante con i fari accesi ed espressione anch’essa della forza e del potere, destinata a diventare l’inquietante teatro vero e proprio delle cruente e funeste vicende tra Floria e Scarpia, mentre quella che dovrebbe essere la residenza Farnese si trasforma in uno sfondo di palazzo nel quale, dalle finestre superiori, si intuisce la festa che si svolge all’interno e nel piano inferiore avvengono le torture e gli interrogatori degli arrestati. Sempre in questa proposta di oscura oppressione anche Castel Sant’Angelo viene trasposto come fossero le mura diroccate e ferite da colpi di proiettili della milizia franchista. Non si vedono divise militari, né armigeri armati di fucile; figuranti e sicofanti che circondano Scarpia, sono oscure spie e carnefici in borghese, come Spoletta e Sciarrone, che si aggirano travisati nei loro impermeabili e volti coperti dalle ombre delle tese degli ampi cappelli calcati sulle teste (i costumi sono di Giuseppe Palella).
Se in apertura di sipario inizialmente queste scelte lasciano perplessi, a mano a mano che la vicenda si intreccia, prende senso il clima di paura e pesante giogo che aleggia ed il suicidio di Floria Tosca assume significato di indomita ed estrema ricerca di libertà e la coraggiosa scelta di Rechi risulta credibile.
Maestro Concertatore e Direttore vede Daniele Rustioni sul podio. Caratterizza con adeguata esigenza drammatica la direzione orchestrale e rispetta tutti i veristi tempi pucciniani dei vari quadri emotivi con apprezzabile ritmo di coesione, pur tuttavia in più punti, trombe, tromboni, timpani e percussioni risultano emergere eccessive dal golfo mistico e poco rispettose di impegnativi fraseggi e colorature dei protagonisti.
Tosca è interpretata dalla bella voce sopranile di Chiara Isotton che veste con intensa e disinvolta sicurezza il ruolo assegnatole ritagliando la presenza scenica aderente ad una giovane donna, sì travolta dalle intemperanti passioni, ma di sicuro e cosciente carattere femminile di grande attualità.
La sua voce è perfetta per la parte: aperta, chiara, omogenea e duttile in tutti i registri, gli attacchi sono assoluti e c’è maestria nei filati. Acuti e gravi fluiscono in modo naturale e risultano melodiosi anche i recitativi. L’intensità struggente del suo “Vissi d’arte” provoca un lungo applauso a scena aperta.
L’inizio in scena del tenore Riccardo Massi appare incerto e l’atteso “Recondita armonia” ha timbro opaco, ma superato questo momento la figura di Cavaradossi si delinea completamente aderendo alla sua voce che risulta matura, vigorosa, sostiene il ruolo lirico spinto e l’attoriale presenza scenica lo aiuta ad esprimere ogni sfumatura, volitiva o sentimentale del carattere pucciniano previsto per Mario. Gradevoli i duetti con Tosca, stentoreo il “Vittoria! Vittoria!” che pur sovrastato da un’enfasi orchestrale eccessiva, ed apprezzata l’aria del “E lucevan le stelle” penalizzata all’applauso dal mancato spazio orchestrale chiamato dal Direttore.
Il baritono Roberto Frontali, che veste i panni di Scarpia, annuncia un’indisposizione al secondo atto ma porta a termine il suo impegno e, se pur avvertita qualche lieve défaillance nelle esigenze del ruolo, gli va riconosciuta l’esperienza artistica tesa con impegno a sopperire le lacune.
Senza lode e senza infamia ma per fortuna senza ammiccamenti da macchietta, il Sacrestano Matteo Peirone un po’ irrisolto nella sua collocazione registica di regime oppressivo. Completano il cast: Mattia Denti, Angelotti, Cristiano Olivieri, Spoletta, Matteo Ferrara, Sciarrone, Emanuele Pedrini, un Carceriere.
Pregevole il Coro del Teatro diretto da Alfonso Caiani e così i camei del Coro dei Piccoli Cantori Veneziani preparati da Diana D’Alessio compresa la giovane voce d’apertura del terzo atto nell’aria“Io de’ sospiri” che se nelle intenzioni del compositore lucchese appartiene ad un pastorello, il regista andorrano ha invece dotato di grandi ali d’angelo.
Disgressione non del tutto compresa ma veniale e va perdonata.