Il Teatro Malibran ha accolto il ritorno veneziano di Enrico di Borgogna, la prima opera rappresentata di Gaetano Donizetti. Se si eccettua il suo Pigmalione – composto durante gli anni di formazione, concepito come scena lirica in un atto e mai rappresentato durante la vita del compositore – fu questo titolo il vero debutto teatrale del giovane bergamasco, andato in scena il 14 novembre 1818 non alla Fenice, bensì all’allora Teatro San Luca, oggi Teatro Goldoni.
È sorprendente constatare quanto Donizetti sia già presente in un’opera scritta da un compositore appena ventunenne. Certamente l’influenza di Rossini è onnipresente, emergendo da un’ouverture che sembra guardare al Barbiere di Siviglia fino alla brillante stretta del Finale primo, assai Tancredi, nella quale il giovane autore dimostra una capacità teatrale ben superiore a quella che ci si aspetterebbe da un esordiente. Accanto a ciò si avverte, come non potrebbe essere altrimenti, l’impronta del suo maestro, il bavarese e bergamasco d’adozione Johann Simon Mayr, percepibile in un’orchestrazione di elegante sobrietà e trasparenza, interamente debitrice della tradizione viennese. Non mancano però neppure i lampi inequivocabilmente donizettiani: scoprire da dove provenga “Al dolce guidami” di Anna Bolena ha suscitato più di un sorriso tra il pubblico quando, durante la cavatina di Enrico, ne è apparso inaspettatamente l’inconfondibile germe melodico. L’opera presenta naturalmente anche dei limiti. Il libretto dell’altro bergamasco Bartolomeo Merelli risulta convenzionale persino per gli standard dell’epoca, con personaggi appena abbozzati e un’azione costruita su cliché dinastici e sentimentali (una menzione a parte merita quel “Giunse alfin il momento”, evidente rimando a Mozart e Da Ponte). Né aiuta il finale poco incisivo dell’aria conclusiva di Enrico, erede delle consuetudini teatrali di Mayr, inevitabilmente presenti nel primo Donizetti. Eppure, anche nelle sue debolezze, Enrico di Borgogna rivela un musicista eccezionalmente dotato.
La produzione di Silvia Paoli, proveniente dal Festival Donizetti di Bergamo, dove debuttò nel 2018 – bicentenario dell’opera – riprende una formula che negli ultimi anni sembra essersi trasformata in una vera e propria moda: il teatro nel teatro. In questa occasione assistiamo a una ricostruzione della travagliata prima del 1818, segnata dallo svenimento della primadonna Angela Catalani, circostanza che costrinse a sospendere parte della rappresentazione e a rimandare di settimane l’esecuzione integrale dell’opera. L’idea funziona abbastanza bene, anche se difficilmente può definirsi originale. Tra retroscena, rivalità, problemi economici, attori incompetenti, una sarta costretta a sostituire il protagonista, un orso che vaga senza meta sul palcoscenico e continui gag piuttosto facili, la produzione finisce per trasformare in parodia un’opera che originariamente era seria (o semiseria, se consideriamo le due arie buffe di Gilberto, peraltro piuttosto mal integrate nel tessuto drammatico). Il risultato è divertente e dinamico, ma finisce per ridicolizzare una vicenda che, con tutte le sue ingenuità, non fu mai concepita come una farsa. A ciò si è aggiunto un problema pratico tutt’altro che secondario: l’impianto scenico ha penalizzato sensibilmente l’acustica. In diversi pezzi d’assieme, soprattutto nella cabaletta del terzetto tra Enrico, Pietro e Brunone, “O dolce momento” (della quale, per inciso, Donizetti doveva essere particolarmente fiero, visto che la riutilizzò letteralmente in altre due opere giovanili, Alfredo il Grande e Zoraida di Granata), le voci giungevano talmente attutite che più che ascoltarle bisognava immaginarle.
Corrado Rovaris, terzo figlio di Bergamo coinvolto nella produzione insieme a Donizetti e Merelli, ha sfoggiato con la sua lettura una consumata esperienza nel repertorio belcantistico. Fin dalle prime battute apparve chiaro come la sua interpretazione puntasse con decisione sullo spirito rossiniano della partitura, con tempi molto sostenuti, talvolta addirittura iperattivi – quella sinfonia correva quasi al doppio della velocità rispetto alle poche incisioni esistenti! – ma sempre sorretti da una chiarezza d’articolazione ammirevole, in linea con i criteri dell’esecuzione storicamente informata. Rovaris ha saputo dispiegare una tavolozza dinamica particolarmente ricca, costellata di contrasti espressivi e cambi di colore che hanno mantenuto costantemente viva la tensione drammatica, riuscendo al tempo stesso a domare con autorevolezza l’Orchestra del Teatro La Fenice, alla quale non ha certo reso facile il compito con simili velocità. Dal canto suo, il coro (esclusivamente maschile) ha assolto il proprio compito con professionalità, pur non essendo esente da alcune irregolarità, ad esempio nell’introduzione del primo atto, “Spunta il dì”; né la collocazione scenica né l’acustica hanno giocato a suo favore.
Le grandi trionfatrici della serata sono state senza dubbio le due mezzosoprano protagoniste. Teresa Iervolino ha confermato ancora una volta di essere una delle voci più interessanti dell’attuale panorama belcantistico. Il suo Enrico, inscritto nella tradizione dei ruoli en travesti per contralto, ha trovato nella Iervolino un’interprete ideale, dotata di uno strumento bellissimo, dal colore molto particolare e omogeneo in tutta l’estensione. Si è avvertita qualche sporadica difficoltà nella zona acuta, ma troppo isolata per compromettere una prova complessivamente impeccabile. Giuseppina Bridelli, più associata al repertorio barocco che al primo Ottocento, ha firmato una magnifica Elisa, che la regia trasforma deliberatamente in una primadonna insopportabile e capricciosa. Vocalmente ha brillato per la pulizia dell’emissione e per un fraseggio raffinato, soprattutto nella sua interessante pagina del secondo atto, “Nell’eccesso del tormento”, e nei duetti con Guido.
Dave Monaco, tenore del momento e recente trionfatore a Operalia, ha confermato le qualità che spiegano la sua rapida ascesa, a cominciare dalla facilità con cui affronta il registro acuto (salendo più volte al Re5 con impressionante naturalezza). Guido ha trovato in lui un interprete generoso, coraggioso e scenicamente coinvolto. Tuttavia, nel tentativo di valorizzare queste indubbie qualità superiori, Monaco tende talvolta a sovraccaricare vocalmente l’emissione e a sacrificare quel raffinato controllo stilistico che la scrittura richiederebbe. Ciò nonostante, la sua prova è stata indubbiamente un successo. Molto più problematico è apparso Christian Collia nel ruolo di Pietro. Questo personaggio, apparentemente secondario, è in realtà tutt’altro che secondario, poiché dispone di due arie di notevole difficoltà, una per atto, e richiede un tenore di notevole solidità. Collia ha mostrato una voce fragile, di limitata proiezione e una tecnica che sembra sostenersi costantemente sul filo del rasoio.
Irriproverabile Omar Montanari come Gilberto. Donizetti riserva al personaggio le uniche vere concessioni buffe della partitura, due numeri che sembrano quasi appartenere a un’altra opera. Montanari, dotato di un materiale forse più lirico che propriamente buffo, li ha trasformati in autentici momenti di bravura. Corretti anche Giuseppe Toia come Brunone, Chiara Notarnicola come Geltrude (costretta dalla produzione a sopportare una parrucca difficile da dimenticare) e il veterano e tremolante Nicola Pamio come Nicola.
Al di là delle sue inevitabili ingenuità, Enrico di Borgogna dimostra che il genio di Donizetti era già pienamente presente fin dal suo debutto sulle scene. Il pubblico del Malibran ha salutato con grande entusiasmo questa nuova incursione nelle origini del catalogo donizettiano. E del resto, non capita tutti i giorni di assistere alla nascita di un grande compositore.
El Teatro Malibran acogió el regreso veneciano de Enrico di Borgogna, la primera ópera representada de Gaetano Donizetti. Si se exceptúa su Pigmalione –compuesto durante sus años de formación, concebido como una escena lírica en un acto y jamás representado en vida del compositor–, fue este título el verdadero debut teatral del joven bergamasco, estrenado el 14 de noviembre de 1818 no en La Fenice, sino en el entonces Teatro San Luca, hoy Teatro Goldoni.
Resulta asombroso comprobar cuánto hay ya de Donizetti en una obra escrita por un compositor de apenas veintiún años. Ciertamente, la influencia de Rossini es omnipresente, asomando desde una obertura que parece mirar a Il barbiere di Siviglia, hasta la brillante stretta del Finale primo, muy Tancredi, donde el joven autor demuestra una capacidad teatral muy superior a la esperable en un novato. Junto a ello aparece, como no podría ser de otro modo, la huella de su maestro, el bávaro y bergamasco de adopción Johann Simon Mayr, perceptible en una orquestación de elegante sobriedad y transparencia, totalmente deudora de la tradición vienesa. Pero tampoco faltan los destellos inequívocamente donizettianos: descubrir de dónde procede “Al dolce guidami” de Anna Bolena provocó más de una sonrisa entre el público cuando, durante la cavatina de Enrico, apareció inesperadamente su inconfundible germen melódico. La obra presenta también, naturalmente, limitaciones. El libreto del también bergamasco Bartolomeo Merelli resulta convencional incluso para los estándares de la época, con personajes apenas esbozados y una acción construida a base de tópicos dinásticos y sentimentales (mención aparte merece ese “Giunse alfin il momento”, referencia a Mozart y Da Ponte). Tampoco ayuda el cierre poco contundente del aria final de Enrico, heredera de los usos teatrales de Mayr, inevitablemente presentes en el primer Donizetti. Con todo, incluso en sus debilidades, Enrico di Borgogna revela a un músico excepcionalmente dotado.
La producción de Silvia Paoli, procedente del Festival Donizetti de Bérgamo, donde se estrenó en 2018 –entonces 200º aniversario de la obra–, retoma una fórmula que en los últimos años parece haberse convertido en moda: el teatro dentro del teatro. En esta ocasión asistimos a una recreación del accidentado estreno de 1818, marcado por el desmayo de la primadonna Angela Catalani, circunstancia que obligó a suspender parte de la representación y retrasó durante semanas la ejecución íntegra de la obra. La idea funciona razonablemente bien, aunque difícilmente pueda calificarse de original. Entre bambalinas, rivalidades, problemas económicos, actores incompetentes, una costurera obligada a sustituir al protagonista, un oso que pasea sin rumbo por el escenario y continuos gags facilones, la producción acaba transformando en parodia una obra que originalmente era seria (o semiseria, si consideramos las dos arias bufas de Gilberto, todo sea dicho, bastante mal integradas en el conjunto dramático). El resultado es entretenido y dinámico, pero termina por ridiculizar un argumento que, con todas sus ingenuidades, nunca fue concebido como una farsa. A ello se sumó un problema práctico nada menor: la disposición escénica perjudicó notablemente la acústica. En diversos conjuntos, especialmente en la cabaletta del terzetto entre Enrico, Pietro y Brunone, “O dolce momento” (de la que, por cierto, Donizetti debía estar muy orgulloso, pues la reutiliza de forma literal en otras dos óperas de juventud, Alfredo il Grande y Zoraida di Granata), las voces llegaban tan amortiguadas que más que escucharlas había que imaginarlas.
Corrado Rovaris, tercer oriundo de Bergamo de la producción, junto con Donizetti y Merelli, derrochó con su lectura oficio belcantista por los cuatro costados. Desde los primeros compases quedó claro que su lectura apostaba decididamente por el espíritu rossiniano de la partitura, con tempi muy vivos, en ocasiones hiperactivos –¡esa obertura al doble de velocidad que en las escasas grabaciones existentes!–, pero siempre sostenidos por una admirable claridad de articulación, en línea con los criterios de interpretación historicistas. Rovaris supo desplegar una paleta dinámica particularmente rica, plagada de contrastes expresivos y cambios de color que mantuvieron constantemente viva la tensión dramática, así como domar con solvencia a una Orquesta del Teatro La Fenice a la que no se lo puso precisamente fácil con semejantes velocidades. Por su parte, el coro (exclusivamente masculino) cumplió con profesionalidad, aunque no estuvo exento de ciertas irregularidades, por ejemplo, en la introducción del primer acto, “Spunta il dì”; ni la colocación en el escenario ni la acústica jugaron a su favor.
Las grandes triunfadoras de la noche fueron, sin duda, las dos mezzosopranos protagonistas. Teresa Iervolino confirmó una vez más que es una de las voces más interesantes del panorama belcantista actual. Su Enrico, inscrito en la tradición de los papeles en travesti para contralto, encontró en la Iervolino una intérprete ideal, quien posee un instrumento bellísimo, de color muy particular y homogéneo en toda la extensión. Hubo algún problema puntual en la zona aguda, pero demasiado aislado para empañar una interpretación globalmente intachable. Giuseppina Bridelli, más asociada al repertorio barroco que al primer Ottocento, firmó una magnífica Elisa, que la regia convierte deliberadamente en una primadonna insufrible y caprichosa. Vocalmente, brilló por la limpieza de emisión y un fraseo refinado, especialmente en su interesante página del segundo acto, “Nell’eccesso del tormento”, y en sus duetos con Guido.
Dave Monaco, tenor de moda y reciente triunfador en Operalia, confirmó las cualidades que explican su rápida ascensión, como la facilidad con la que afronta el registro agudo (subió al Re5 en varias ocasiones sin despeinarse). Guido encontró en él un intérprete entregado, valiente y escénicamente implicado. Sin embargo, en su afán por explotar esas indudables capacidades superiores, Monaco tiende a sobreactuar vocalmente y sacrificar el refinamiento estilístico que la escritura requiere. Aun así, su actuación fue claramente exitosa. Bastante más problemático resultó Christian Collia como Pietro. Este personaje, en principio secundario, es cualquier cosa menos secundario, pues cuenta con dos arias de notable dificultad, una en cada acto, y exige un tenor de considerable solidez. Collia mostró una voz frágil, de proyección limitada y una técnica que parece sostenerse siempre al borde del colapso.
Irreprochable Omar Montanari como Gilberto. Donizetti reserva al personaje las únicas concesiones bufas de la partitura, dos números que casi parecen pertenecer a otra ópera. Montanari, dotado de un material quizás más lírico que propiamente bufo, los convirtió en auténticos momentos de lucimiento. Correctos también Giuseppe Toia como Brunone, Chiara Notarnicola como Geltrude (obligada por la producción a soportar una peluca difícil de olvidar) y el veterano y tremolante Nicola Pamio como Nicola.
Más allá de sus inevitables ingenuidades, Enrico di Borgogna demuestra que el genio de Donizetti ya está plenamente presente desde su debut en los escenarios. El público del Malibran recibió con gran entusiasmo esta nueva incursión en los orígenes del catálogo donizettiano. Y es que no todos los días se tiene la oportunidad de asistir al nacimiento de un gran compositor.
14 giugno | Enrico di Borgogna (G. Donizetti) | Venezia, Teatro Malibran
ENRICO DI BORGOGNA
melodramma per musica in due atti
musica di Gaetano Donizetti
libretto di Bartolomeo Merelli
da Der Graf von Burgund di August von Kotzebue
ed Enrico conte di Borgogna, libera traduzione di Lorenzo Schabel
prima rappresentazione assoluta: Venezia, Teatro Vendramin San Luca, 14 novembre 1818
revisione critica a cura di Anders Wiklund (2018)
Enrico, conte di Borgogna Teresa Iervolino
Pietro Christian Collia
Elisa Giuseppina Bridelli
Guido Dave Monaco
Gilberto Omar Montanari
Brunone Giuseppe Toia
Nicola Nicola Pamio
Geltrude Chiara Notarnicola
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
direttore Corrado Rovaris
maestro del Coro Alfonso Caiani
regia Silvia Paoli
scene Andrea Belli
costumi Valeria Donata Bettella
light designer Fiammetta Baldiserri
nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
in coproduzione con Fondazione Donizetti di Bergamo
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